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Posts Tagged ‘diritti’

Responsabilità Individuale per Crimini contro l’Umanità: la CPI.

Lo Statuto della Corte Penale Internazionale (International Criminal Court, in inglese) ha visto la luce in occasione della Conferenza di Roma del 17 Luglio 1998. In quella data, furono pochi gli Stati che decisero di aderirvi e ratificare con la loro firma. (Per una breve introduzione, vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Corte_Penale_Internazionale )

Questo Statuto ha tuttavia segnato un passo fondamentale nel campo della tutela internazionale dei Diritti Umani: rappresenta infatti un punto di svolta fondamentale. Per la prima volta diviene possibile perseguire individui che vengano riconosciuti colpevoli di determinati crimini internazionali. Fin ad allora, l’organo principale di giustizia a livello sovranazionale era stato la Corte Internazionale di Giustizia ONU dell’Aja, creata appositamente per garantire la “pacifica risoluzione delle controversie internazionali”, e quindi interstatali. Pertanto, i soggetti chiamati in causa erano gli Stati, e non si era ancora delineato chiaramente un concetto di responsabilità individuale internazionale. Secondo lo Statuto di Roma, la CPI ha invece competenza in riferimento ai Crimini di Guerra, ai Crimini contro l’Umanità e in relazione ai casi di Genocidio, per i quali siano ritenuti ed eventualmente riconosciuti responsabili, singoli individui.

Viene quindi ricompresa nell’insieme delle competenze della Corte una gamma piuttosto ampia di casi: sia laddove sia presente il contesto bellico e abbiano luogo episodi di violazione del Diritto Umanitario, sia casi in cui vengano commessi dei crimini in assenza di contesto di guerra (del resto la nozione di Crimini contro l’Umanità era stata creata dagli Alleati, dopo la Seconda Guerra Mondiale, per ricomprendere violenze e abusi perpetrati ai danni della popolazione civile dei loro Paesi e per situazioni al di sotto della soglia del conflitto armato internazionale); infine il Genocidio.

Tra i maggiori oppositori di un progetto di giurisdizione internazionale umanitaria e di responsabilità individuale in ambito internazionale, sono Cina, Russia e Stati Uniti. Su questi ultimi, vogliamo soffermare qui la nostra attenzione.

L’argomento critico, su cui si consuma prevalentemente lo scontro tra gli Stati Uniti e i sostenitori della causa della Corte, è inerente all’interpretazione del testo dell’articolo 98 dello Statuto della CPI. Partiamo dal testo, per farne poi discendere le diverse interpretazioni.

Il contenuto dell’articolo 98 è il seguente: il titolo recita “ Cooperazione in relazione alla rinuncia all’immunità e al consenso alla consegna”. Esso dispone quanto segue:

98.1: La Corte non è autorizzata a procedere con una richiesta di consegna o di collaborazione che richieda allo Stato al quale sia indirizzata di agire in contraddizione con gli obblighi assunti sotto il Diritto Internazionale in relazione all’immunità statale o diplomatica di una persona o proprietà di uno Stato Terzo, a meno che la Corte non riesca ad ottenere prima la cooperazione di quello Stato Terzo per la rinuncia all’immunità.

98.2: La Corte non è autorizzata a procedere con una richiesta di consegna che richieda allo Stato a cui è indirizzata di agire in contraddizione con gli obblighi acquisiti in forza di Accordi Internazionali in base ai quali si richiede il consenso dello Stato “ che invia “ per consegnare una persona alla Corte, a meno che la Corte non sia riuscita prima ad ottenere la cooperazione dello Stato inviante in relazione al consenso alla consegna.

Il modello secondo cui è costruito l’articolo 98 dello Statuto di Roma e i termini che vengono utilizzati, laddove al comma 2 ci si riferisce ad Accordi tra Stato “inviante” e Stato “ricevente”, sembrano far propendere per l’interpretazione secondo cui l’articolo farebbe riferimento alla disciplina degli Status of Force Agreements ( SOFA ). Essi sono Accordi che intercorrono tra due Stati in relazione all’osservanza di certe regole e all’applicazione d’una certa disciplina laddove un cittadino di uno dei due Stati parte dell’Accordo si trovi sul territorio dell’altro poiché vi è stato ufficialmente inviato (in missione) dal proprio Stato. In tal maniera, i due Stati coinvolti nell’Accordo ottengono reciprocamente determinate garanzie per la tutela di loro cittadini che svolgano un ruolo militare e/o politico e che si trovino ad operare all’Estero. In questo senso, l’articolo 98, tenendo in debita considerazione l’esistenza di SOFA operanti da tempo nei rapporti tra alcuni Stati e l’eventualità del sorgere di problemi di compatibilità tra il loro contenuto e gli obblighi derivanti dall'adesione allo Statuto della Corte, è stato pensato al fine di disciplinare i due regimi e risolvere i punti di frizione.

Gli Stati Uniti però prendono spunto proprio dal secondo comma dell’articolo 98 per cercare di limitare l’operato della Corte laddove per l’appunto esistano Accordi operanti tra due Stati con i quali, le richieste avanzate dalla Corte, verrebbero in contrasto.

Pur non essendo gli Stati Uniti tra gli Stati che abbiano aderito allo Statuto della Corte Penale Internazionale, temono che laddove un loro cittadino venga catturato e eventualmente accusato di aver commesso Crimini di Guerra, Crimini contro l’Umanità o atti di Genocidio contro un cittadino o sul territorio di uno Stato parte dello Statuto di Roma, questi possa venir consegnato, in forza di ciò, alla CPI ed essere sottoposto alla sua giurisdizione anziché a quella statunitense.

A causa di questi timori, gli Stati Uniti hanno dato vita ad una vera e propria opera di sottoscrizione di Accordi Bilaterali con diversi Stati al mondo, volti a garantire reciprocamente l’esenzione dei rispettivi cittadini dalla giurisdizione della Corte.

Questo è l'argomento su cui ci concentreremo nel corso dei prossimi editoriali, con l'ausilio di esempi pratici, dopo questa prima conoscenza della Corte Penale Internazionale dell'Aja.

Il Lavoro e la Felicità sulla Terra

Flessibilità, progetto, adattabilità,.. parole che, nello sforzo di attestarsi nel quotidiano, mirano a esorcizzare la paura che è implicita nel loro comune denominatore. Sì, di denominatore trattasi, e non di base… perché manca il terreno sotto ai piedi al pensiero che il filo conduttore sia: instabilità, discontinuità, precarietà.

A giovani di oggi si pretende di rimproverare la mancanza di iniziativa o un presunto atteggiamento supino, come se, allo stesso modo dei padri, potessero realmente aspirare alla tranquillità di un impiego unico, durevole e certo. I giovani di oggi si mostrano invece, sin dagli anni universitari, ben felici di scavalcare questa prospettiva e di potere guardare oltre, ma attenzione: l'esperienza è, per definizione, l'acquisizione di un sapere che si intende usare in un campo di applicazione. Ma a quando questa applicazione? Chi garantisce il diritto al lavoro?

Spesso, dietro il rimprovero di non essere abbastanza flessibili, si cela la plumbea e immobile mancanza di qualsiasi prospettiva concreta: le colonne vuote alla pagina Annunci di lavoro; un contratto interrotto per sfuggire all'obbligo di assunzione (fino alla recente amnistia in forza del contratto di collegato lavoro); l'imbarazzo del non potere pronunciarsi sul domani; l'umiliazione del dovere accettare ciò contro cui si vorrebbe lottare, contro il quale si è levati alta la voce; il lavoro autonomo come necessità di "arrangiarsi" e "inventarsi qualcosa", anziché come atto coraggioso di una giovane progettualità imprenditoriale.

Ma, ancor di più, la consapevolezza delle ripercussioni sul piano sociale. Il diritto al lavoro è un diritto umano, garantito dalla stessa Dichiarazione, è un diritto inalienabile che spetta ad ogni individuo.

Lo scoraggiamento, la sfiducia, la depressione, la paura sono catalizzatori di atti violenti, di disperazione, e la prima causa delle ostilità e della disgregazione sociale. Una società di uomini e donne che hanno la sicurezza del lavoro, che amano il proprio lavoro o che lo trovano un mezzo di nobilitazione e non di mera sussistenza, di sviluppo personale, intellettuale e umano, è una società più sana e pacifica.

Oggi vogliamo ricordare l'importanza del Lavoro sotto il profilo sociale, oltre che umano, mediante le parole di coloro che proprio il Lavoro hanno posto al centro delle loro riflessioni:

 

Il lavoro allontana tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno. (Voltaire)

La vera libertà individuale non può esistere senza sicurezza economica ed indipendenza. La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature. (Franklin Delano Roosvelt)                                              

Il Governo ha due doveri: quello di mantenere l'ordine pubblico a qualunque costo ed in qualunque occasione, e quello di garantire nel modo più assoluto la libertà di lavoro. (Giovanni Giolitti)                                          

L'abitudine al lavoro modera ogni eccesso, induce il bisogno, il gusto dell'ordine; dall'ordine materiale si risale al morale: quindi può considerarsi il lavoro come uno dei migliori ausiliari dell'educazione. (Massimo D'Azeglio)

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta della felicità sulla terra. (Primo Levi)

I tipi di lavoro sono due: il primo, modificare la posizione di materia sulla o vicino alla superficie della Terra rispettivamente ad altra materia simile; il secondo, dire ad altre persone di fare questo. Il primo tipo è brutto e mal pagato; il secondo è piacevole e pagato molto bene. (Bertrand Russel)

Il lavoro caccia i vizi derivanti dall'ozio. (Seneca)

La grande maggioranza delle persone lavora soltanto per necessità, e da questa naturale avversione umana al lavoro nascono i più difficili problemi sociali. (Sigmund Freud)

Nessun male sociale può superare la frustrazione e la disgregazione che la disoccupazione arreca alle collettività umane. (Federico Caffè)

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. (Assemblea Costituzionale della Repubblica Italiana)

Da lontano, un bacio…

MammaItaliaStorie di illusioni e di disillusione, storie di sogni e di risveglio… ma anche storie di rancori e di dolore, di abnegazione e pentimento. Tanti sono i sentimenti che attraversano i giovani, gli uomini e le donne che dal nostro Paese si sono allontanati per cercare altrove la loro realizzazione, e tanti, sebbene diversi e tuttavia egualmente intensi, sono i sentimenti che attraversano i sensi e le membra di chi invece è rimasto, per inerzia o per scelta.

Ciascuno di noi, ragazzi, uomini di mezza età, donne e ogni cittadino italiano, può riconoscersi in uno o più personaggi del brano che segue. L'Italia rappresentata come mamma, che accoglie, che a volte non sa più dare, rimpianta ora e oltraggiata poi.

Una lettura che ci ha lasciato qualcosa nel cuore, grazie alle parole di Emanuel Riccobene.

————–

 

C'era una volta,

e neppure molto tempo fa, una mamma che aveva cento, duecento, mille figli. Erano tantissimi, così tanti che quasi ne perdeva il conto. E li amava tutti, dal primo all'ultimo.

Amava quel bimbetto minuto, con gli occhi grandi dietro occhiali ancor più grandi. Quello scricciolo che un giorno, al suo quinto soffio sulla candelina blu, abbracciandola disse: “Io da grande farò il giornalista! Voglio raccontare, a chi non può vederlo, com'è il mondo!”

Amava anche il dolce peso sulle ginocchia di quelle trecce bionde, di quegli abitini rosa tutti pizzo e fiocchetti che le parlava acuta, piccola e adulta, e le rivelava che la città le stava stretta, che non si divertiva abbastanza. Che aspettava un uomo che la portasse via di là, che la rendesse qualcos'altro.

Sorrideva alle grida dietro un pallone di quei matti, laggiù! “Attenti ai cocci di quella finestra che brillava integra fino ad un secondo fa, monelli!” Ma la voce è più lenta del vento. E quando arriva, i birbanti sono già scappati.


Non si addormentava finché sentiva uno dei suoi piccoli rombare 50 cc di rabbia sull'asfalto. Aspettava la fibbia del casco slacciarsi e l'ultima ambulanza spegnere il suo ululato, poi si coricava.

Bruciava per il figlio del fornaio, che sognava la bella vita a Hollywood o Parigi o Milano, e riversava la sua foga e speranza nel lavoro che fu di suo padre, che un lavoro non lo ha più. Lui Parigi non la vide mai, ma gli occhi di sua moglie erano il suo, di sogno.

E quel bimbo, così studioso e attento, con pochi amici che non avessero pagine e inchiostro e profumo caldo di stampa, di vita altrui, di una donna che non vedrà mai, di campi e terre che sono lettere e parole.

Tutti, li amava tutti. Dava loro un nome, una casa, la forza per calpestare il suo prato.


Poi, un giorno…

Venne un male e la colse, quando meno se la aspettava, come ogni cattivo di un romanzo, come il criminale di quel film in TV.

Dentro, le scavava le ossa, le impoveriva l'anima. Respirava a fatica, lei che era così forte, lei che li teneva tutti tra le braccia.

Tra le lenzuola penose, poteva solo ormai osservare.

Osservare il pellegrinaggio dei suoi figli. Sono mille, un milione! Ma non sono tutti lì.


C'è chi a Parigi è volato davvero, e di lei rimane la foto su una cartolina sbiadita che ha portato in un libro.

C'è chi la umilia, al tavolo di un bar, dove tutto è fumo e disillusione, e i bambini non possono entrare.

E quello lì? Non ha più gli occhiali, ha una cravatta e un telefonino. Non gli interessa più raccontare il mondo, lui lo odia il mondo. Arido come i campi che vende e affitta, nero come il colore che sfrutta nella sua fabbrica.


E quella serranda abbassata? Ma è quella del panettiere! Che Hollywood lo abbia reclamato? Che abbia realizzato il suo sogno? Invece eccolo lì, fa le consegne per un corriere, guardalo!

Ha tre bocche da sfamare, ora, e non se ne pente per un solo istante. Vorrebbe poter lasciare qualcosa alla sua piccola, come il vecchio fornaio buono che la bottega l'aveva creata. Ma prima vuol curare sua mamma.

Molti nemmeno vengono a salutarla. “Quella non mi merita. Io ho fatto tutto per lei, non il contrario”. “Fa finta, si riprenderà. Basta rimetterla un po' in sesto a modo mio… anzi, a modo nostro!”


E lei piange, e con le lacrime si riempiono cantine e metropolitane. Piove sui ripetitori e sulle parabole bianche. Distrutta e oltraggiata, lei ancora resiste per quelli che le vogliono ancora bene.

Ogni figlio mascalzone, che la gravava di debiti e pesi, ha la giusta ricompensa… una seconda possibilità.

Mamma, fatti forza. Io sono via, ma vorrei esser lì, perché tu sia orgogliosa di me come io di te lo sono.

Ho comprato un regalo per te! Te lo do a Natale…

Uno stivale, uno solo.

Tutto per te.

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