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Articolo 5 – Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizioni crudeli….
Articolo 5 Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizioni crudeli, inumane o degradanti.
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L'articolo cinque della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, nonostante la sua lineare semplicità e chiarezza, introduce un concetto spesso influenzato dal contesto culturale prevalente e dal livello di civiltà raggiunto da una comunità o da una Nazione: il concetto di "umanità di un comportamento". Mi torna alla mente ciò che è successo in Norvegia tempo fa, dove la follia omicida di un singolo ha travolto l'intera comunità… la Norvegia, descritta come democrazia perfetta, come Stato e come Popolo, di fronte ad un comportamento disumano e motivato da spunti di follia fanatica, ha reagito secondo il proprio livello di civiltà, in modo umano. Il folle omicida veniva sì giudicato per il suo comportamento folle e stragista, ma come una persona che il sistema carcerario avrebbe dovuto comunque affrontare per le notevoli problematiche che aveva evidenziato. Lo stesso concetto di umanità non fa certo parte della nostra cultura in Italia, possiamo anche vedere come negli USA vari Stato per Stato: la pena di morte è una punizione umana?
Dopo queste prime riflessioni, consideriamo punto per punto l'articolo.
Il primo divieto riguarda la tortura. Il nostro Paese si sta adeguando introducendo il reato di tortura, sollecitato anche dalla pressione di associazioni impegnate in particolare nella lotta per la tutela dei diritti umani, oltre che di altre forze storicamente vicine a questi argomenti. Catalizzatori in questa spinta all'innovazione della nostra legislazione penale e al suo allineamento al Diritto Internazionale sono stati, come è noto, i reati commessi dalle forze dell'ordine durante il G8 tenutosi a Genova diversi anni fa… Ma la tortura è un'azione che può venire messa in atto da qualsiasi cittadino nei confronti di un suo simile, in modi spesso molto sfumati e subdoli, se pensiamo ai fenomeni di violenza domestica, psicologica o, anche tra i bambini, al bullismo. La nostra legislazione si è adattata riconoscendo il reato di stalking relativamente alla persecuzione ma, avendo citato la Norvegia, anche il nostro livello di civiltà e di rispetto gli uni per gli altri dovrebbe subire lo stesso adeguamento.
Continuando a leggere l'articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, si parla di "trattamento o punizioni crudeli" e "degradanti". Penso sia utile definire il termine crudeltà, citando la definizione riportata in Wikipedia:
"La crudeltà è l'indifferenza alla sofferenza accompagnata spesso dal piacere nell'infliggerla (in psicologia è detta sadismo ).
I modi di infliggere sofferenza possono coinvolgere la violenza, ma ci sono altri metodi che non la riguardano. Per esempio, se una persona sta annegando e vi sta chiedendo aiuto, non aiutarla ma guardarla divertendosi è un atto di crudeltà, tuttavia non di violenza.
La persona crudele ha solitamente una supremazia sulla persona più debole.
Il termine crudeltà viene usato spesso riguardo al trattamento degli animali, dei bambini e dei prigionieri".
Le punizioni crudeli possono essere quindi inflitte dalle Autorità dello Stato nei confronti dei propri cittadini o sudditi, ma il trattamento crudele, la crudeltà verso un'altra persona, riguarda ciascun cittadino. Come evidenzia Wikipedia non è necessaria la violenza: in una società moderna, in una comunità nella quale i vari componenti non possono certo essere pensati isolati gli uni dagli altri, si possono considerare diversi aspetti ascrivibili a crudeltà, come le conseguenze dell'eccessivo individualismo che viene spesso attribuito alla cultura italiana, ma non solo. In proposito, mi viene in mente un discorso fatto tempo fa con un noto psicoanalista romano, relativamente all'evasione di tasse e imposte. Egli faceva notare che, se la sinistra deve tendere ad un maggiore collettivismo, ad una maggiore solidarietà, mentre la destra ad un maggiore individualismo ed al centrarsi maggiormente sulle proprie risorse personali, l'evasione fiscale (vista come un tentavo di truffa nei confronti della collettività per la maggior parte di contribuenti, abusando delle risorse che lo Stato stesso poteva mettere a disposizione grazie proprio a questi) non ha parte politica. Focalizzando questo comportamento come protratto e abituale, lo si può vedere come crudele? In questo periodo storico a maggior ragione, lo si può vedere come crudele, come l'infliggere una punizione degradante a chi è contribuente attraverso un rafforzamento della pressione fiscale?
Forse la riflessione precedente può risultare non popolare nella nostra cultura, dove è difficile percepire le Istituzioni come il risultato dello sforzo e della solidarietà collettiva, i propri politici come dei rappresentanti del popolo delegati a tutelare l'individuo e l'intera collettività nei propri diritti; è difficile fare rispettare a ciascuno i propri doveri, amministrare quanto da tutti messo a disposizione per il bene comune. Le culture scandinave in particolare hanno costruito la loro civiltà su questi cardini. Potremmo quindi dire che tali cardini non appartengono alla nostra cultura, che abbiamo fatto scelte diverse, pur ricordando che l'aspirazione del nostro Sistema Giudiziario è che "La legge è uguale per tutti".
Si sono toccati dei punti estremi, anche un po' per sollevare una questione: se nell'evoluzione di una cultura diventi anche più raffinatamente evoluta l'espressione della crudeltà e della superiorità di alcuni su altri, ostentata in vari modi. Rimane comunque anche il pericolo che la creazione di equilibri così precari possa portare alla manifestazione di regressioni verso la violenza. Violenza a cui forse pensavano le personalità provenienti da tutto il mondo, da tutte le culture, dalle varie parti politiche quando stilavano questo documento con il quale volevano aspirare ad un notevole salto di civiltà.
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani… quando questo documento venne scritto, la discriminazione, la supremazia di alcuni su di altri, il mancato rispetto della persona avevano forse a disposizione strumenti di espressione più palesi?
Vorrei chiudere con una serie di domande, di questioni aperte…chi può infliggere tortura? Chi lo legittima a questo? Quali punizioni crudeli, inumane e degradanti sono ancora applicate, anche in modo non palese, o addirittura auspicate, come sorta di vendetta sociale?
Quando la Correzione diventa Violazione
Quando da bambini si andava a scuola, dopo la spiegazione e l’assegnazione dei compiti, arrivava il tanto temuto momento della “correzione”. Anche allora, questa parola incuteva un poco di timore, e tuttavia ne incuteva di più in chi aveva fatto male, mentre di meno in chi si era impegnato diligentemente. Le correzioni su qualcosa di sbagliato generavano un minimo di mortificazione, ma erano anche un irrinunciabile mezzo di apprendimento… e di crescita.
Quest’anno sta per volgere al termine e almeno l’aggettivo “correttivo”, abbiamo l’impressione, ci ha tenuto compagnia per dodici lunghi mesi. Poco da stupirsi: il “maestro” viene percepito come forte, e ancora di più se è in buona compagnia, di coloro che condividono le sue idee o, ancor meglio, i suoi interessi.
Questo succede in Italia con le misure correttive, che dovrebbero salvare il Paese e i cittadini, e che invece puniscono i giovani senza futuro, coloro che hanno duramente lavorato per decenni, le famiglie che con fatica si sono create un loro luogo e le piccole aziende, da sempre cuore pulsante del nostro Paese. Si stravolge la sintassi, la struttura quindi e l’impalcatura, e si lasciano solo i ghirigori di una storia e di una cultura. Del resto, dire la propria contro una legge sulla sicurezza sul lavoro costa una giornata di stipendio e magari l’occupazione, urlare contro la cancellazione di certi privilegi solo qualche passo fino al microfono. Tutto viene meno della "vecchia correzione": la paura in chi ha agito male (poiché appartiene spesso al gruppo degli impuniti), il carattere di ripristino dell'equità e il sostegno alla crescita. Ancora una volta, l'uomo comune cade sotto questa sensazione di impotenza e di ingiustizia di fronte a una decisione arbitraria e imposta dall'alto.
E non è il peggio… Se il diritto al lavoro è un diritto umano, sacro e inviolabile, tanto più lo è quello alla libertà di pensiero, azione, inclinazione e alla diversità. Fuori dall’Europa, i poteri forti che impongono correzioni non solo impongono sacrifici duri, sbilanciati e inqui. Spesso, non privano solo del futuro, ma della vita stessa.
Quest’anno, diverse organizzazioni hanno levato la loro voce verso un’altra pratica correttiva, quest’ultima praticata in Sud Africa. La meta di tanti viaggi e dei tour safari, è anche la patria del cosiddetto “corrective rape”, lo stupro correttivo. Questa pratica primitiva, nella sua natura e non nella storia, ha come conseguenza centinaia di morti ogni anno. Vittime sono le donne lesbiche, che dichiarano di essere tali o lo dimostrano, sulle quali si scatena la violenza degli uomini, ritenuti in grado di riportarle sulla retta via (correggere la loro natura ovvero) abusando di loro. I visi sfigurati e i corpi straziati da violenze collettive sono poi ulteriormente mutilati e sfregiati, come atto dimostrativo. Le violenze denunciate dalle donne sono accolte con sufficienza e qualche occhiata di intesa tra gli agenti delle forze dell’ordine… Condanne? Neanche l’ombra. Tutto questo in un Paese che non certo si può annoverare tra i più arretrati del continente africano, che si è dato una costituzione e che ammette i matrimoni gay. Ecco perché lo stupro correttivo è una vera e propria forma di discriminazione verso le donne. Un caso eclatante e recente è quello di Noxolo Nogwaza, brutalmente uccisa mentre rientrava a a casa, qualche mese fa (http://www.agoravox.it/Stupri-correttivi-in-Sud-Africa-Il.html).
In Italia, anche il Vaticano invoca la correzione dei costumi e delle inclinazioni dei gay, delle coppie eterosessuali che rifiutano l’istituzione, e non solo il sacramento, del matrimonio… Nessuna misura correttiva, tantomeno preventiva, in vista invece per i preti che si sono macchiati del reato di pedofilia.
Correttive sono anche le misure politiche protagoniste fino all'inizio di questo secolo: dal nazismo tedesco per sterminare un intero popolo, con ragioni filosofiche e antropologiche inesistenti, e in nome di fortissimi interessi economici. Correttiva della società e garante di un ordine mai stabilito, e tuttavia aspirazione di un dittatore, è stata la misura di cancellare il nome, il volto, l'esistenza di migliaia di persone, di centinaia di famiglie in America Latina con l'operazione "desaparecidos" (http://it.wikipedia.org/wiki/Desaparecidos), e così tanti altri orrori ai diversi angoli del mondo: in Russia, in Medioriente, lontano da noi, e a volte anche solo dietro l'angolo, in nome di una superiorità autoconferita.
I poteri forti, che non si fondano sul consenso del popolo, o che se ne svincolano appena costituiti, sono oggi la più grande minaccia alla Democrazia e ai Diritti Umani. Dappertutto emergono poteri forti, e la crisi economica, così come le ideologie folli, non contribuiscono che a rafforzarli e a farli apparire sempre più intoccabili. L'arrogante convinzione di possedere la verità e il mancato confronto con la società sono i due tratti che più minacciano la vita democratica e che, da una parte all'altra del mondo, soffocano la Democrazia in nome di principi e correzione.
Informazione, Diritti Umani e il Futuro possibile
Ci sono tre diritti, sanciti all’interno del testo della Dichiarazione Universale, e radicati nel sentire di ciascun individuo che abbia a cuore la propria libertà e quella del proprio vicino, che sono inscindibili tra di loro, già al primo sguardo: sono il diritto all’informazione, la libertà di espressione e l’autodeterminazione.
Queste tre parole, che rappresentano tre universi unici, hanno effettivamente ciascuna una propria storia.
La libertà di informazione è da sempre ciò per cui si è lottato in qualsiasi Paese fosse democratico solo di facciata, o neanche, e avesse tratti dittatoriali. I primi a incorrere in sanzioni e a finire in prigione, venendo così privati anche della loro libertà fisica, oltre che di quella intellettuale, sono i giornalisti… così è in ciascun Paese non libero. Basti pensare all’Italia fascista, alla Germania nazista, all’ex blocco sovietico… e tristemente ancora oggi a casi palesi come quello della Russia e della Bielorussia, nonché a situazioni velate, quali quella di molti Paesi dell’Europa centrale, tra cui anche l’Italia, propensi a imporre misure restrittive sul web. Laddove si cerca di controllare o di mettere a freno la libertà d’informazione, c’è un despota che ha paura.
Il diritto a manifestare è strettamente connesso al primo: laddove la gente è informata, il germe dell’agitazione e della protesta rischiano di diffondersi ancor più rapidamente agli occhi dei padroni del Paese.
Nella ex-DDR, ad esempio, veniva vietato qualsiasi tipo di materiale proveniente dal blocco occidentale, nonché l’installazione di qualsiasi antenna televisiva consentisse la ricezione di canali non di partito: ciò, proprio perché si temeva che dall’informazione scaturissero le manifestazioni, e da queste un colpo alla credibilità del regime. Fu proprio quando la Chiesa e alcune associazioni ambientaliste, nonché alcune frange della popolazione, presero a diffondere materiale informativo, a invitare al raduno pacifico, sebbene sotto la minaccia delle possibile ripercussioni, del carcere e della morte (ricordiamo che la DDR giustiziava mediante ghigliottina gli oppositori politici fino al 1968) che il regime prese a vacillare. Vacillò e vacillò come una enorme nave carica e già vecchia, con nella stiva merce stantia, alla quale venissero praticati minuscoli forellini ad ogni parola inneggiante alla democrazia “Noi siamo il popolo”, “Via il muro”, “Niente violenza”, “Elezioni libere”, “Vogliamo andarcene”, ma anche “Da qui non ci muoviamo”.
Una, due, cento volte: è sempre stato il popolo in piazza a cacciare via i dittatori, e non i carri armati, poiché non ci può essere sbocco democratico in un passaggio indirizzato dall’alto.
Ed eccoci al tema dell’autodeterminazione: un popolo non può autonomamente e in maniera consapevole orientare il corso della sua storia e costruire il proprio futuro, se alla base non sono garantiti i diritti all’informazione diretta e non manipolata e alla libera espressione del proprio orientamento e del proprio sentire. Iran, Siria, Tunisia, Libia e Russia, Bielorussia e così anche governi che non si lanciano in repressioni esplicite perché non potrebbero permetterselo o forse perché non ne abbisognano, dovrebbero chiedersi dove stanno andando i loro Paesi. Se l’idea dell’autodeterminazione è così fortemente sentita è perché sotto i nostri occhi si sta oggi celebrando il più grave e ampio distacco tra Paesi e governi, tra i cittadini e coloro che li rappresentano.
La Dichiarazione Universale ci indica in tal senso la strada verso l’affrancamento da qualsiasi tipo di predominio e per il consolidarsi della democrazia, specie agli articoli 19 (“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.), 20 (“Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica…), 27 (“Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici…) e 29 (“…Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica…”).
E con questo, la conclusione non può che essere una: il futuro del nostro Paese non dipende da qualche forza o evento esterno, il nostro domani è nelle mani di ciascuno di noi.