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Non c’è un solo Genocidio… I molti anni e i 100 giorni del Ruanda
I più giovani tra di noi hanno un ricordo appannato. Forse perché i nostri genitori cambiavano volentieri canale per risparmiarci scene truci e terrificanti, oppure perché l’informazione arrivava a bocconi per questa tragedia e vergogna anche europea, internazionale.
Sono passati 18 anni, le vittime sembra ancora di poterle sentire urlare in Ruanda, Paese che per anni è stato scosso e travolto dalla guerra civile… Paese in cui si è consumato un vero e proprio genocidio, meno noto, meno discusso dell’Olocausto. Per decenni, dagli anni Cinquanta, con apice nella primavera del 1994, si è assistito inermi allo sterminio, all’uccisione barbara e disumana di più di un milione di persone. Ciò in soli 100 giorni, non a colpi di mitra o di cannoni, bensì con percosse portatrici di morte a suon di mazze, machete, bastoni chiodati.
Di seguito, perché la memoria non sia mai persa, perché non si faccia di noi una generazione che getta nell’oblio uno degli episodi più sanguinosi della storia dell’umanità, segue una breve illustrazione e un riepilogo storico di quei sanguinosi avvenimenti e degli equilibri che lo hanno reso possibile.
In Ruanda, in passato convivevano pacificamente tra di loro tre diverse etnie: gli Hutu (la maggioranza della popolazione, pari all’85% del numero di abitanti totale, dediti principalmente all’agricoltura), i Tutsi (circa il 14% della popolazione totale, dediti alla pastorizia e mediamente più benestanti dei primi) e i Twa (pigmei, forse la popolazione più antica del Paese, presente per una percentuale bassissima, circa l’1%).
Il Ruanda è stato una colonia tedesca, passata successivamente all’amministrazione belga. I belgi introdussero all’interno della popolazione complessiva del Paese le prime distinzioni. Iniziarono scegliendo di circondarsi esclusivamente dei Tutsi nei posti di rilievo della loro amministrazione coloniale; ciò perché i Tutsi, più alti degli altri (noti anche come watussi), con visi più sottili e corpi più slanciati, venivano considerati di discendenza caucasica, quindi più affini antropologicamente ai dominatori europei. Fino ad allora, non vi erano state differenze tra i gruppi, i matrimoni misti erano la normalità, la lingua parlata era sostanzialmente proveniente dallo stesso ceppo, e non esisteva alcun concetto di differenza razziale. L’azione dei belgi culminò invece fino all’istituzione della “carta d’identità etnica”, con rigida distinzione quindi tra Hutu e Tutsi.
Negli anni Cinquanta, stanca della dominazione coloniale, la popolazione cominciò a sollevarsi contro l’amministrazione belga, in nome degli stessi principi democratici propagandati dai colonizzatori. I belgi decisero che era venuta l’ora di abbandonare quella terra, e appoggiarono quindi, più o meno apertamente, la sollevazione a maggioranza Hutu. Di conseguenza, mentre i dominatori si limitavano a lasciare i Paese, la maggioranza Hutu si scatenò con enorme violenza contro i Tutsi, considerati collusi con il potere e colpevoli di averne sfruttato i privilegi in nome di una pretesa superiorità: essi vennero uccisi in elevato numero, furono costretti a lasciare il Ruanda e a riparare, per lo più, in Uganda.
L’operazione delle frange estremiste degli Hutu ebbe successo e portò il Ruanda a dichiarare l'indipendenza nel 1962 mettendo fine a decenni di colonialismo: fu così abolita la monarchia e proclamata la repubblica con Gregoire Kayibanda, che instaurò un regime razzista contro i Tutsi.
Mentre le tensioni e le violenze, sebbene su scala ridotta, continuavano a essere perpetrate, i Tutsi presero a riorganizzarsi a livello politico per difendere la loro causa del rientro in Ruanda, rivendicando un peso politico nella vita del Paese. In tal modo nacque il RPF (Fronte patriottico ruandese), con a capo Fred Rwigyema e Paul Kagame, che prese a intessere contatti con il governo hutu del Ruanda. Dal 1973 questo, intanto, era in mano a una dittatura militare instaurata da Juvénal Habyarimana.
Il dialogo portò negli anni a una parvenza di apertura e nel 1993 vennero siglati gli Accordi di Arusha, che riconoscevano, tra l’altro, il movimento tutsi del RPF. Allorché quindi sembrava essersi aperto uno spazio di mediazione, la situazione precipitò per dare vita a uno dei più terrificanti bagni di sangue della storia del continente africano.
Il 6 aprile 1994 l’aereo presidenziale, con a bordo l’imperatore Habyarimana di ritorno da un colloquio di pace, fu abbattuto da un missile terra-aria. Nessuno fu in grado di dire di chi fosse la responsabilità dell’attentato: le prime voci sostenevano che si trattasse di una frangia interna allo stesso governo delusa dall’apertura mostrata nei confronti degli odiati Tutsi; secondo altri, potevano essere stati gli stessi esponenti del RPF, convinti che la contrattazione condotta fosse stata solo di facciata, a commettere quell’orribile crimine. In definitiva, sebbene in assenza di una verità, quell’episodio scatenò una violentissima reazione da parte delle FAR (Forze Armate Ruandesi) governative.
Da quel momento, inizia il bagno di sangue, annunciato alla radio estremista RTLM al grido di “Uccidete gli scarafaggi tutsi! Tagliate i rami alti!”. Ne segue un’esplosione di violenza, i 100 giorni più lunghi e terrificanti del Ruanda, dinanzi ai quali la Comunità Internazionale rimane inerme. Le Nazioni Unite avevano difatti inviato già nel 1990 un contingente nella cosiddetta UNAMIR (Missione di assistenza delle Nazioni Unite per il Ruanda): questo venne immediatamente ritirato fino all’auspicato cessare delle violenze. Rimase solamente il generale canadese Dallaire, con un risicato contingente di 270 uomini, incapace di abbandonare il Paese al suo destino, in grado di salvare qualche vita umana, ma non di scongiurare una tragedia di proporzioni immani.
Da quel momento, inizia la caccia al Tutsi. La radio invita addirittura questi ultimi a presentarsi ai posti di frontiera per essere uccisi, molti vengono finiti a colpi di mazze chiodate, le donne (più di 250.000) sono ripetutamente stuprate… Alcune di queste muoiono immediatamente per effetto delle violenze subite, altre implorano di essere uccise pur di sottrarsi alle torture. Le poche lasciate in vita, non per grazia, bensì perché la vergogna si abbatta su di loro e sulle loro famiglie, scompaiono negli anni successivi, lentamente, dopo avere spesso contratto l’AIDS. Non sono risparmiati nemmeno gli Hutu moderati, considerati traditori.
Il massacro più grande avvenne a Gikongoro: oltre 27.000 persone furono massacrate senza pietà e la notte dalle fosse comuni il sangue uscì andando ad inumidire il terreno. Ottomila persone in un solo giorno: circa cinque vite umane distrutte ogni minuto.
Le statistiche sono da guerra civile, la partecipazione è enormemente alta: 20.000 circa sono considerati i pianificatori (militari, ministri, sindaci, giornalisti, prefetti, ecc,); 250.000 circa i carnefici, gli autori diretti dei crimini; 250.000 circa le persone implicate negli atti di genocidio.
Questa orribile guerra tra fratelli costò la vita a più di un milione di persone tra il 6 aprile e il 16 luglio 1994. Le Nazioni Unite, intanto, messi in salvo i propri uomini, imitati da francesi, belgi e britannici, con l’operazione Turquoise, discutevano del se definire quei fatti, ancora in corso, come Genocidio o no.
Dopo quel bagno di terrore e morte, il RPF riuscì a prendere il potere… e ad avviare nei mesi successivi un’azione di punizione e sterminio inversa, in cui stavolta i perseguitati erano gli Hutu, adesso loro in fuga verso lo Zaire, la Tanzania, l’Uganda e il Burundi, dove tuttavia non sempre erano al sicuro poiché i Tutsi avevano ordinato il rastrellamento dei campi profughi. Altre violenze e altro sangue, famiglie dilaniate, orfani, malattie e devastazione.
E poiché la violenza genera altra violenza, lo stravolgimento degli equilibri nel Continente Africano, in seguito a questi fatti, fu tra le concause per la Seconda Guerra del Congo, altro teatro di morte e miseria.
Oggi solo pochissime persone sono state giudicate e condannate dal Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (TPIR), per lo più singoli uomini artefici di violenze, ma non a capo delle stesse. Altri, con maggiori appoggi e privilegi, veri istigatori e manovratori, sono invece riusciti a riparare sotto la protezione di diversi governi occidentali.
Quando la Correzione diventa Violazione
Quando da bambini si andava a scuola, dopo la spiegazione e l’assegnazione dei compiti, arrivava il tanto temuto momento della “correzione”. Anche allora, questa parola incuteva un poco di timore, e tuttavia ne incuteva di più in chi aveva fatto male, mentre di meno in chi si era impegnato diligentemente. Le correzioni su qualcosa di sbagliato generavano un minimo di mortificazione, ma erano anche un irrinunciabile mezzo di apprendimento… e di crescita.
Quest’anno sta per volgere al termine e almeno l’aggettivo “correttivo”, abbiamo l’impressione, ci ha tenuto compagnia per dodici lunghi mesi. Poco da stupirsi: il “maestro” viene percepito come forte, e ancora di più se è in buona compagnia, di coloro che condividono le sue idee o, ancor meglio, i suoi interessi.
Questo succede in Italia con le misure correttive, che dovrebbero salvare il Paese e i cittadini, e che invece puniscono i giovani senza futuro, coloro che hanno duramente lavorato per decenni, le famiglie che con fatica si sono create un loro luogo e le piccole aziende, da sempre cuore pulsante del nostro Paese. Si stravolge la sintassi, la struttura quindi e l’impalcatura, e si lasciano solo i ghirigori di una storia e di una cultura. Del resto, dire la propria contro una legge sulla sicurezza sul lavoro costa una giornata di stipendio e magari l’occupazione, urlare contro la cancellazione di certi privilegi solo qualche passo fino al microfono. Tutto viene meno della "vecchia correzione": la paura in chi ha agito male (poiché appartiene spesso al gruppo degli impuniti), il carattere di ripristino dell'equità e il sostegno alla crescita. Ancora una volta, l'uomo comune cade sotto questa sensazione di impotenza e di ingiustizia di fronte a una decisione arbitraria e imposta dall'alto.
E non è il peggio… Se il diritto al lavoro è un diritto umano, sacro e inviolabile, tanto più lo è quello alla libertà di pensiero, azione, inclinazione e alla diversità. Fuori dall’Europa, i poteri forti che impongono correzioni non solo impongono sacrifici duri, sbilanciati e inqui. Spesso, non privano solo del futuro, ma della vita stessa.
Quest’anno, diverse organizzazioni hanno levato la loro voce verso un’altra pratica correttiva, quest’ultima praticata in Sud Africa. La meta di tanti viaggi e dei tour safari, è anche la patria del cosiddetto “corrective rape”, lo stupro correttivo. Questa pratica primitiva, nella sua natura e non nella storia, ha come conseguenza centinaia di morti ogni anno. Vittime sono le donne lesbiche, che dichiarano di essere tali o lo dimostrano, sulle quali si scatena la violenza degli uomini, ritenuti in grado di riportarle sulla retta via (correggere la loro natura ovvero) abusando di loro. I visi sfigurati e i corpi straziati da violenze collettive sono poi ulteriormente mutilati e sfregiati, come atto dimostrativo. Le violenze denunciate dalle donne sono accolte con sufficienza e qualche occhiata di intesa tra gli agenti delle forze dell’ordine… Condanne? Neanche l’ombra. Tutto questo in un Paese che non certo si può annoverare tra i più arretrati del continente africano, che si è dato una costituzione e che ammette i matrimoni gay. Ecco perché lo stupro correttivo è una vera e propria forma di discriminazione verso le donne. Un caso eclatante e recente è quello di Noxolo Nogwaza, brutalmente uccisa mentre rientrava a a casa, qualche mese fa (http://www.agoravox.it/Stupri-correttivi-in-Sud-Africa-Il.html).
In Italia, anche il Vaticano invoca la correzione dei costumi e delle inclinazioni dei gay, delle coppie eterosessuali che rifiutano l’istituzione, e non solo il sacramento, del matrimonio… Nessuna misura correttiva, tantomeno preventiva, in vista invece per i preti che si sono macchiati del reato di pedofilia.
Correttive sono anche le misure politiche protagoniste fino all'inizio di questo secolo: dal nazismo tedesco per sterminare un intero popolo, con ragioni filosofiche e antropologiche inesistenti, e in nome di fortissimi interessi economici. Correttiva della società e garante di un ordine mai stabilito, e tuttavia aspirazione di un dittatore, è stata la misura di cancellare il nome, il volto, l'esistenza di migliaia di persone, di centinaia di famiglie in America Latina con l'operazione "desaparecidos" (http://it.wikipedia.org/wiki/Desaparecidos), e così tanti altri orrori ai diversi angoli del mondo: in Russia, in Medioriente, lontano da noi, e a volte anche solo dietro l'angolo, in nome di una superiorità autoconferita.
I poteri forti, che non si fondano sul consenso del popolo, o che se ne svincolano appena costituiti, sono oggi la più grande minaccia alla Democrazia e ai Diritti Umani. Dappertutto emergono poteri forti, e la crisi economica, così come le ideologie folli, non contribuiscono che a rafforzarli e a farli apparire sempre più intoccabili. L'arrogante convinzione di possedere la verità e il mancato confronto con la società sono i due tratti che più minacciano la vita democratica e che, da una parte all'altra del mondo, soffocano la Democrazia in nome di principi e correzione.
La Democrazia Indignata o Dei Limiti del Potere
Da mesi, ormai, due sono i temi che occupano le prime pagine dei giornali, le colonne in alto delle sezioni web e gli schermi televisivi. Da una parte abbiamo la crisi economica o, meglio a dire, la crisi finanziaria, che, dopo avere travolto gli Stati Uniti e le sue Banche, ha preso ad abbattersi con vigore sferzante e con veemenza contro i mercati europei… è una crisi della Banche e tuttavia lo diviene della società. Ciò da quando alcune aziende hanno preso a chiudere, altre recedono dalla sottoscrizione dei contratti collettivi nazionali e infine altre vedono industriali attaccati alla loro cravatta spadroneggiare all'interno degli stabilimenti per poi tremare dinanzi al Palazzo della Borsa. L'altro tema è il sollevamento popolare e la rivolta che da mesi, e in qualche caso, da uno o più anni oramai, stanno investendo l'Africa e il Medio Oriente. In quest'ultimo caso, diversi sono stati i risvolti e gli equilibri, mi sento di dire ancora tutti intermedi, raggiunti a seconda del caso: la repressione e una resistenza sofferta in Iran e in Siria, un rovesciamento inizialmente apparso facile e democratico in Egitto, fino alla soppressione di un dittatore in Libia.
Forse, se da mesi questi due fenomeni, apparentemente estranei l'uno all'altro, dominano il mondo dell'informazione e tengono tante aree del nostro Pianeta con il fiato sospeso, esiste un motivo. A guardare più da vicino, difatti, sembra di cogliere più di qualche elemento in comune.
Per prima cosa, c'è in entrambi i casi un'agitazione (ormai in piena fase di espressione nei Paesi in via di sviluppo e latente, pian piano montante nei Paesi industrializzati) dovuta allo scollamento tra istituzioni e Paese reale. Non è un fatto meramente politico e istituzionale, si tratta invece di un chiodo piantato direttamente nel cuore, nel centro vitale, della Democrazia che rischia di soffocarla irrimediabilmente. Poiché un modello di democrazia diretta sull'esempio ateniese non è immaginabile nell'universo odierno, il rapporto di fiducia tra cittadini elettori e loro rappresentanti è un principio sacro e cardine dell'ordine democratico.
Sia laddove la popolazione scende in strada e invoca la liberazione, sia laddove la gente si organizza in forme associative e solidali mirate a sopperire alla mancanza di Stato o si sviluppano forme organizzative "parastatali" quali la mafia, questo vincolo saldo e la fiducia in esso sono venuti meno. Questo succede in Europa come in Medio Oriente, nella medesima maniera.
Un altro fattore che oggi stupisce e che rende la realtà fuori controllo è la mancanza di mezzi adeguati a fare fronte a una tale situazione. L'Europa manca di statisti all'altezza, o realmente intenzionati, a risolvere una situazione che vessa le proprie popolazioni, che sappiano farlo toccando certi poteri forti e determinate lobby le quali, sebbene minacciate di essere travolte dalla crisi, si rifiutano di sopportare la crisi stessa e vorrebbero farla pagare ad altri. Nel contempo, la precaria situazione economica del mondo occidentalizzato sia nel Vecchio che nel Nuovo Continente non consente come nel passato un intervento "risolutivo" in determinati contesti critici e instabili esterni, sicché le rivoluzioni sono lasciate a loro stesse e libere di durare e logorare le dittature, anziché forzate a tirarle giù a colpi di cannone per poi vedere sostituito il tirannello di ieri con il fantoccio del nuovo "padrone” di oggi.
Infine, l'aspettativa del sovvertimento dell'ordine attuale. Da una parte, le popolazioni di Africa e Medio Oriente mirano a ottenere una rivoluzione dal basso che destituisca i tiranni e conferisca la parola al popolo per un primo e vero esperimento democratico. Dall'altra, anche le popolazioni dei diversi Stati Europei cominciano a mostrare segni di intolleranza e indignazione verso un sistema che ha finora sempre chiesto e si rivela adesso incapace di risolvere le stesse contraddizioni che ha creato: l'esito potrebbe essere una conferma del sistema liberale e liberista (tacciato però di avere limiti prima negati) oppure un suo definitivo tramonto e il tramonto dell'esperimento Unione Europea degli Stati.
La mancanza di un legame di fiducia e rappresentanza, la scarsità di strumenti morali e materiali per affrontare l'emergenza e l'aspirazione al cambiamento non possono che partorire un esito rivoluzionario quanto ignoto. Ancora una volta, in democrazia nessun esito è scontato quando la popolazione è indignata.

