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Il Lavoro e la Felicità sulla Terra

Flessibilità, progetto, adattabilità,.. parole che, nello sforzo di attestarsi nel quotidiano, mirano a esorcizzare la paura che è implicita nel loro comune denominatore. Sì, di denominatore trattasi, e non di base… perché manca il terreno sotto ai piedi al pensiero che il filo conduttore sia: instabilità, discontinuità, precarietà.

A giovani di oggi si pretende di rimproverare la mancanza di iniziativa o un presunto atteggiamento supino, come se, allo stesso modo dei padri, potessero realmente aspirare alla tranquillità di un impiego unico, durevole e certo. I giovani di oggi si mostrano invece, sin dagli anni universitari, ben felici di scavalcare questa prospettiva e di potere guardare oltre, ma attenzione: l'esperienza è, per definizione, l'acquisizione di un sapere che si intende usare in un campo di applicazione. Ma a quando questa applicazione? Chi garantisce il diritto al lavoro?

Spesso, dietro il rimprovero di non essere abbastanza flessibili, si cela la plumbea e immobile mancanza di qualsiasi prospettiva concreta: le colonne vuote alla pagina Annunci di lavoro; un contratto interrotto per sfuggire all'obbligo di assunzione (fino alla recente amnistia in forza del contratto di collegato lavoro); l'imbarazzo del non potere pronunciarsi sul domani; l'umiliazione del dovere accettare ciò contro cui si vorrebbe lottare, contro il quale si è levati alta la voce; il lavoro autonomo come necessità di "arrangiarsi" e "inventarsi qualcosa", anziché come atto coraggioso di una giovane progettualità imprenditoriale.

Ma, ancor di più, la consapevolezza delle ripercussioni sul piano sociale. Il diritto al lavoro è un diritto umano, garantito dalla stessa Dichiarazione, è un diritto inalienabile che spetta ad ogni individuo.

Lo scoraggiamento, la sfiducia, la depressione, la paura sono catalizzatori di atti violenti, di disperazione, e la prima causa delle ostilità e della disgregazione sociale. Una società di uomini e donne che hanno la sicurezza del lavoro, che amano il proprio lavoro o che lo trovano un mezzo di nobilitazione e non di mera sussistenza, di sviluppo personale, intellettuale e umano, è una società più sana e pacifica.

Oggi vogliamo ricordare l'importanza del Lavoro sotto il profilo sociale, oltre che umano, mediante le parole di coloro che proprio il Lavoro hanno posto al centro delle loro riflessioni:

 

Il lavoro allontana tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno. (Voltaire)

La vera libertà individuale non può esistere senza sicurezza economica ed indipendenza. La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature. (Franklin Delano Roosvelt)                                              

Il Governo ha due doveri: quello di mantenere l'ordine pubblico a qualunque costo ed in qualunque occasione, e quello di garantire nel modo più assoluto la libertà di lavoro. (Giovanni Giolitti)                                          

L'abitudine al lavoro modera ogni eccesso, induce il bisogno, il gusto dell'ordine; dall'ordine materiale si risale al morale: quindi può considerarsi il lavoro come uno dei migliori ausiliari dell'educazione. (Massimo D'Azeglio)

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta della felicità sulla terra. (Primo Levi)

I tipi di lavoro sono due: il primo, modificare la posizione di materia sulla o vicino alla superficie della Terra rispettivamente ad altra materia simile; il secondo, dire ad altre persone di fare questo. Il primo tipo è brutto e mal pagato; il secondo è piacevole e pagato molto bene. (Bertrand Russel)

Il lavoro caccia i vizi derivanti dall'ozio. (Seneca)

La grande maggioranza delle persone lavora soltanto per necessità, e da questa naturale avversione umana al lavoro nascono i più difficili problemi sociali. (Sigmund Freud)

Nessun male sociale può superare la frustrazione e la disgregazione che la disoccupazione arreca alle collettività umane. (Federico Caffè)

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. (Assemblea Costituzionale della Repubblica Italiana)

Da lontano, un bacio…

MammaItaliaStorie di illusioni e di disillusione, storie di sogni e di risveglio… ma anche storie di rancori e di dolore, di abnegazione e pentimento. Tanti sono i sentimenti che attraversano i giovani, gli uomini e le donne che dal nostro Paese si sono allontanati per cercare altrove la loro realizzazione, e tanti, sebbene diversi e tuttavia egualmente intensi, sono i sentimenti che attraversano i sensi e le membra di chi invece è rimasto, per inerzia o per scelta.

Ciascuno di noi, ragazzi, uomini di mezza età, donne e ogni cittadino italiano, può riconoscersi in uno o più personaggi del brano che segue. L'Italia rappresentata come mamma, che accoglie, che a volte non sa più dare, rimpianta ora e oltraggiata poi.

Una lettura che ci ha lasciato qualcosa nel cuore, grazie alle parole di Emanuel Riccobene.

————–

 

C'era una volta,

e neppure molto tempo fa, una mamma che aveva cento, duecento, mille figli. Erano tantissimi, così tanti che quasi ne perdeva il conto. E li amava tutti, dal primo all'ultimo.

Amava quel bimbetto minuto, con gli occhi grandi dietro occhiali ancor più grandi. Quello scricciolo che un giorno, al suo quinto soffio sulla candelina blu, abbracciandola disse: “Io da grande farò il giornalista! Voglio raccontare, a chi non può vederlo, com'è il mondo!”

Amava anche il dolce peso sulle ginocchia di quelle trecce bionde, di quegli abitini rosa tutti pizzo e fiocchetti che le parlava acuta, piccola e adulta, e le rivelava che la città le stava stretta, che non si divertiva abbastanza. Che aspettava un uomo che la portasse via di là, che la rendesse qualcos'altro.

Sorrideva alle grida dietro un pallone di quei matti, laggiù! “Attenti ai cocci di quella finestra che brillava integra fino ad un secondo fa, monelli!” Ma la voce è più lenta del vento. E quando arriva, i birbanti sono già scappati.


Non si addormentava finché sentiva uno dei suoi piccoli rombare 50 cc di rabbia sull'asfalto. Aspettava la fibbia del casco slacciarsi e l'ultima ambulanza spegnere il suo ululato, poi si coricava.

Bruciava per il figlio del fornaio, che sognava la bella vita a Hollywood o Parigi o Milano, e riversava la sua foga e speranza nel lavoro che fu di suo padre, che un lavoro non lo ha più. Lui Parigi non la vide mai, ma gli occhi di sua moglie erano il suo, di sogno.

E quel bimbo, così studioso e attento, con pochi amici che non avessero pagine e inchiostro e profumo caldo di stampa, di vita altrui, di una donna che non vedrà mai, di campi e terre che sono lettere e parole.

Tutti, li amava tutti. Dava loro un nome, una casa, la forza per calpestare il suo prato.


Poi, un giorno…

Venne un male e la colse, quando meno se la aspettava, come ogni cattivo di un romanzo, come il criminale di quel film in TV.

Dentro, le scavava le ossa, le impoveriva l'anima. Respirava a fatica, lei che era così forte, lei che li teneva tutti tra le braccia.

Tra le lenzuola penose, poteva solo ormai osservare.

Osservare il pellegrinaggio dei suoi figli. Sono mille, un milione! Ma non sono tutti lì.


C'è chi a Parigi è volato davvero, e di lei rimane la foto su una cartolina sbiadita che ha portato in un libro.

C'è chi la umilia, al tavolo di un bar, dove tutto è fumo e disillusione, e i bambini non possono entrare.

E quello lì? Non ha più gli occhiali, ha una cravatta e un telefonino. Non gli interessa più raccontare il mondo, lui lo odia il mondo. Arido come i campi che vende e affitta, nero come il colore che sfrutta nella sua fabbrica.


E quella serranda abbassata? Ma è quella del panettiere! Che Hollywood lo abbia reclamato? Che abbia realizzato il suo sogno? Invece eccolo lì, fa le consegne per un corriere, guardalo!

Ha tre bocche da sfamare, ora, e non se ne pente per un solo istante. Vorrebbe poter lasciare qualcosa alla sua piccola, come il vecchio fornaio buono che la bottega l'aveva creata. Ma prima vuol curare sua mamma.

Molti nemmeno vengono a salutarla. “Quella non mi merita. Io ho fatto tutto per lei, non il contrario”. “Fa finta, si riprenderà. Basta rimetterla un po' in sesto a modo mio… anzi, a modo nostro!”


E lei piange, e con le lacrime si riempiono cantine e metropolitane. Piove sui ripetitori e sulle parabole bianche. Distrutta e oltraggiata, lei ancora resiste per quelli che le vogliono ancora bene.

Ogni figlio mascalzone, che la gravava di debiti e pesi, ha la giusta ricompensa… una seconda possibilità.

Mamma, fatti forza. Io sono via, ma vorrei esser lì, perché tu sia orgogliosa di me come io di te lo sono.

Ho comprato un regalo per te! Te lo do a Natale…

Uno stivale, uno solo.

Tutto per te.

Caterina non ha gli occhi a mandorla

Dichiarazione Universale dei diritti Umani

Articolo 23 1) Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione. 2) Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro. 3) Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale. 4) Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Costituzione della Repubblica Italiana

Articolo 1 L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Articolo 4 La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

 

Immaginiamo che una qualsiasi persona, supponiamo una ragazza, e ammettiamo che questa ragazza si chiami Caterina, legga i tre articoli sopra menzionati, e poi alzi un attimo lo sguardo per aria e ripensi.

Questa è la storia vera di Caterina, percorsa da un brivido di felicità nel 2006, al momento della laurea, e scossa da diversi brividi davanti a una drammatica deduzione nel 2010.

Quattro anni prima, Caterina, nel cuore di un corso universitario su Commercio internazionale e WTO, era stata sfiorata e infine letteralmente baciata dall’idea di onorare il suo percorso universitario con una tesi sul Diritto del Lavoro… o meglio, sui Diritti dei Lavoratori (che meritano, più di tutti, una maiuscola). Nel 2006, il primo pensiero era corso alle maquilladoras messicane, il secondo e definitivo alle cosiddette “Zone economiche speciali” in Cina. Queste aree erano caratterizzate da una sorta di anomalia del diritto e delle regole in genere: un luogo dove tutto è possibile… per le imprese: salari bassi, bassi standard di sicurezza sul lavoro, orari di lavoro estenuanti, ricoveri allestiti all’interno dell’impresa, cartelli tra le imprese, nessun rispetto dell’età minima per i bambini, aborti forzati per le donne… Se c’era una cosa che poi aveva colpito la giovane mente di Caterina era quella brutale e disumana pratica del sequestro dei documenti personali e dei contratti, che obbligava i poveri malcapitati a restare a qualunque condizione, poiché fuori dall’azienda, privi di documenti, sarebbero stati immediatamente arrestati e poi… non si sa.

E così Caterina espose quella situazione e ci imbastì sopra qualche teoria del Commercio Internazionale che potesse dimostrare che sul lungo periodo quella politica si rivela tutt’altro che buona e vantaggiosa. Sapendo, in cuor suo, che tutti avrebbero scambiato per buonismo e retorica qualsiasi argomentazione umanitaria, si focalizzò sul dimostrare che per le stesse imprese quel meccanismo si sarebbe rivelato un boomerang alla lunga, con una verve tale, quasi dovesse fermare i suoi professori… con palese e manifesto disappunto del togato centrale, il presidente di Commissione,… che rimase della sua opposta idea per tutto il tempo della dissertazione. Caterina finì poi per festeggiare la successiva stretta di mano con la gioia e l’euforia di una nuova vita in prospettiva e un po’ il magone per quei poveretti costretti a una situazione che aveva ispirato quelle 200 pagine di tesi e una dedica alle donne della sua famiglia.

Non c’è mai stato un contratto per Caterina, la crisi ha battezzato il suo ingresso nel mondo del lavoro ma non si è mai troppo trovata in difficoltà, dopo tutto. Caterina proviene da un Paese nel quale il presidente dell’Ente nazionale di previdenza sociale ci tiene alla sicurezza e all’ordine pubblico, quindi evita di rendere accessibili le proiezioni sulle pensioni future, sua e dei suoi amici. In più, vive in un Paese in cui al suo nuovo, sudato posto di lavoro, l’hanno accolta bene: ha firmato il contratto il primo giorno e non ha più ricevuto la controfirma, né il contratto… spariti entrambi. Déjà-vu, déjà entendu.. forse per questo l’ambiente le è risultato immediatamente familiare. Caterina vive in un Paese in cui si dichiara nero su bianco che il suo salario può essere adeguato ogni giorno e in cui sarà meglio che non si ammali troppo, perché l’assicurazione non se lo può permettere.

Caterina ha la fortuna di lavorare con le parole, e, a detta di suo padre, di avere una “voce da telegiornale”, che non le consente di stare zitta.

Caterina pensa che è triste che non ci sia nessuno al momento che possa scrivere una tesi sulla sua condizione e quella dei suoi ex compagni di classe, perché nessuno sta meglio dell'altro. Crede che la pressione all'aborto nella società occidentale si chiami "Non ti assumiamo se sei in età fertile" e che i cartelli siano stati ribattezzati col nome di Accordi tra Signori. E si chiede dove siano rimaste la dignità e la protezione contro la disoccupazione.

Non è importante se Caterina abbia o meno gli occhi a mandorla perché non c'è più zona speciale in una situazione generale.

 

 

 

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