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Salvaguardia dei diritti umani in guerra: il Diritto Umanitario
L'Italia partecipa da ieri alle operazioni militari in Libia.
La nostra riflessione volutamente prescinde dagli interessi delle Nazioni coinvolte, dalla logica di concertazione internazionale e dalla giustificazione di un conflitto in nome di un equilibrio sovranazionale, e si sofferma invece sulle ripercussioni sulla popolazione civile.
In questo q
uadro si inserisce la riflessione odierna: come si regola il comportamento in guerra nei confronti dei civili? Dove trovano il loro limite e nel contempo la loro ragione le convenzioni internazionali nate per garantire il rispetto dei diritti umani? Come la comunità internazionale ha trattato questo tema nel corso della Storia?
L’imprescindibile distinzione che ci sta a cuore è quella tra Diritto Internazionale dei Diritti Umani e Diritto Internazionale Umanitario.
Mentre il primo è ciò che conferisce corpo e sostanza a questo blog, alle nostre riflessioni, alla dignità umana dinanzi agli Stati e agli enti governativi nazionali e sovranazionali, mentre questo primo è l'insieme delle norme volto alla tutela della dignità umana nel quotidiano e in assenza di conflitto, diversa è la riflessione nel secondo caso. Il Diritto Internazionale Umanitario è molto più vicino allo Ius in Bello (Il Diritto in Guerra) che alla tutela dell’individuo, e tende a tenere in vita i diritti naturali della persona umana nella misura in cui ciò è compatibile con un contesto di conflitto armato. Il Diritto Internazionale Umanitario trova una delle sue massime espressioni nelle Convenzioni di Ginevra del 1949 e nei collegati protocolli del 1977. Questi documenti hanno lo scopo di definire e quindi regolare situazioni in guerra che concernano la protezione della popolazione civile, il trattamento dei prigionieri di guerra, la sorte dei feriti in conflitti che si svolgano in mare e in campagne di terra, inoltre definiscono l’ambito di azione di associazioni operanti in un quadro di conflitto (anche internazionale), come ad esempio la Croce Rossa.
Le convenzioni stabiliscono da un lato chi sono i soggetti attivi del conflitto, e che pertanto possono legittimamente compiere atti di violenza bellica, dall’altro individuano le cose ed i soggetti protetti, ossia le persone, i beni e i luoghi nei confronti dei quali non può essere esercitata la violenza bellica. Inoltre sono indicati i mezzi e i metodi di guerra, le norme che regolano la condotta dei belligeranti verso i neutrali e la protezione che a questi va garantita.
Le quattro convenzioni si articolano come segue:
- • La prima Convenzione: per il miglioramento delle condizioni dei feriti e dei malati delle forze armate in campagna di terra.
- • La seconda Convenzione: per il miglioramento delle condizioni dei feriti, dei malati e dei naufraghi delle forze armate sul mare.
- • La terza Convenzione: relativa al trattamento dei prigionieri di guerra.
- • La quarta Convenzione: relativa alla protezione delle persone civili in tempo di guerra.
Non è semplice offrire una sintesi, ma a nostro parere non è possibile ignorare i seguenti punti:
- Il ricorso al conflitto armato deve avvenire solo in casi di estrema necessità, laddove si verifichino violazioni gravi dei diritti umani a danno di una popolazione (come quella libica) o di una etnia (come quella curda) e solo allorché la prassi politica e diplomatica si siano rivelate inefficaci e esaurite, mai prima d'allora.
- I non belligeranti devono essere tutelati e le potenze coinvolte nell’azione bellica dovranno tenere in ogni momento in conto il loro interesse. I belligeranti, fatti prigionieri o caduti nelle mani della controparte, dovranno essere trattati umanamente: nessuna forma di tortura o svilimento della loro dignità può essere in alcun modo giustificata.
- Le armi utilizzate nel corso del conflitto devono essere compatibili con il rispetto dei diritti umani e la tutela degli individui. Il napalm utilizzato in Iraq è un’arma non convenzionale proibita e disumana, il gas nervino utilizzato da Saddam Hussein contro i curdi è stato il mezzo con cui si è perpetrato un crimine abominevole come la tentata pulizia etnica, lo stesso vale per le armi chimiche e le armi di distruzione di massa.
- Infine, per rimanere comunque sui principi essenziali, tutti gli Stati hanno l'obbligo giuridico e morale di rispettare e fare rispettare le regole del Diritto Umanitario.
La Comunità Internazionale sembra ancor oggi lungi dal riuscire a risolvere problemi di carattere internazionale o violazioni in determinate aree del mondo, con mezzi diversi dalla forza. Sembra in certi casi che alcuni Stati, gli “Stati canaglia”, secondo la definizione datane dall’amministrazione conservatrice dei falchi di G. Bush, costituiscano una minaccia tale agli occhi delle grandi potenze da rendere giustificabile il ricorso alla forza. Queste paure generano automaticamente l'uso della forza armata, che nonostante tutto è ancora accettato come lecito e legittimo diritto degli Stati. In un universo mutato, a sessanta e più anni dalla fine della Guerra Fredda, dalla crisi dei missili di Cuba e da un possibile teatro di terrore globale, alcuni equilibri si ripetono e la visione del mondo è ancora frutto di una prospettiva hobbesiana, del "mors tua, vita mea". Il Diritto Internazionale Umanitario è in questo quadro la cura a un male ancora non scongiurabile e pertanto di importanza fondamentale per il rispetto dei diritti della persona umana in quadri di criticità.
La Rete e la Pace
In un tempo in cui focolai di rivoluzione divampano in ogni angolo del mondo e un fuoco, oggi di distruzione, forse un giorno purificatore, avvolge molti Paesi dell’Africa e del Medioriente, su poltrone di velluto, al sicuro, si parla di Pace. Come alla festa di un’Organizzazione che combatte la povertà e gli abusi si levano in cielo calici di cristallo colmi di champagne, così a una Pace zoppa e orfana si cerca di attribuire Padri e Paladini.
Fioccano i nomi eppure un attimo dopo scivolano via, senza convinzione e con un po’ di imbarazzo… Un’affermazione sfuggita, come scappata per sbaglio dalla sdrucitura di una giacca
, è quella che vogliamo invece catturare. Per un attimo, l’ammissione c’è stata: il premio Nobel per la pace andrebbe a Internet.
E’ una di quelle metafore che ti vengono in mente per un attimo, e se non sei svelto abbastanza rischi di perderla per sempre. Si torna brevemente trai banchi di scuola, quando da bambini ci sentivamo dire che per aiutare un nostro simile “Non bisogna dargli da mangiare, ma insegnargli a pescare”. Ed è così: per troppo tempo alle popolazioni è stato dato Panem (et circenses) e invece serviva mettere nelle loro mani la Rete! È del web che hanno bisogno per imparare a pescare.
Perché la rivoluzione sembra una malattia contagiosa che si trasmette con l’aria? Perché la cura adottata dai governi è la permanenza al buio del paziente?
La risposta è: perché la rete globale, internet, ha cominciato a riempirsi e emerge ora dalle acque in cui certi governi hanno ricacciato le voci! La verità oggi non è quella della tv di regime nei Paesi mediorientali, della stampa controllata dai capi di governo: la verità arriva tanto più cristallina e fresca quanto più soffia da fuori, là dove nessun interesse la corrompe.
La verità è contagiosa, fa cadere castelli di carta e diffonde una fiducia e un’attesa nel cambiamento che non lascia indifferenti, neanche a migliaia di chilometri di distanza. Per questo la cura non è il buio (una delle prime misure dei regimi autoritari è stata quella di oscurare Youtube, Twitter, Facebook, ogni forma di social network e di impedire l’accesso al web). La cura della rivoluzione è il suo naturale sfociare in un’inversione dell’ordine della società, dove ciò che prima era in basso ora è in alto, e viceversa.
Quindi si scrive Internet, Informatizzazione e Informazione e si legge Pace, Diritti e Democrazia.
E sì, è merito di Internet se le ronde dell’esercito fuori dalla porta non impediscono agli oppositori di organizzarsi, è merito di Internet se in Iran la speranza di cambiare non è morta negli ultimi due anni e se i giovani sanno cosa è la Democrazia, cosa sono i Diritti Umani, qual è la loro storia e la loro centralità per il mantenimento della Pace nel mondo.
Egitto, Iran, Siria, Libia, Yemen… gli uomini forti di quei Paesi sono rimasti nudi, i veli di menzogne e costrizione cadono, giorno dopo giorno, la società diventa un calderone in ebollizione con correnti ascendenti e discendenti. Ciò non sarebbe possibile se le informazioni non fossero libere e accessibili a tutti.
Michel Massefoli dice: “Attraverso internet si disegna un ordine che sfugge alla verticalità delle istituzioni e favorisce l’orizzontalità di una solidarietà comunitaria”.
Quel che dico io è: Internet è un’altra forma, forse quella odierna, che si è data la Piazza.
Autodeterminazione dei popoli e del cittadino
all’interno di precedenti editoriali presenti sul blog: il concetto di “Autodeterminazione”. La scelta della prima persona, eccezione
rispetto al registro usuale di questo blog, sveste il testo di qualsiasi ambizione sociologica o scientifica imposta, per invitare al
confronto e all’integrazione di diverse letture sulla domanda: Cosa significa “Autodeterminazione”? Cosa è e come si presenta alla storia
un popolo che si autodetermina? Cosa invece comporta la situazione opposta?
Il popolo che si autodetermina è, a parere di chi scrive, il popolo che partecipa attivamente alla costruzione della propria identità. Così come i “concetti” linguistici, anche una “identità” necessita di contorni che la definiscano. Ciò può accadere allorché oltre alla
definizione della forma nella quale tale identità si esplichi (essere, sostanza e il suo divenire nella società), si sia impegnati anche nel
delineare dei limiti e dei contorni che la racchiudano e la distinguano dal mondo esterno.
Per la parte attiva e centrale che il soggetto che si autodetermina assume in questo quadro, il concetto di Autodeterminazione può
considerarsi base sulla quale si ergono le fondamenta della Democrazia.
Eppure: cosa dire della democrazia oggi? In Europa e nel mondo laddove sono presenti forme di governi democratici, la democrazia è
rappresentativa. Gli esempi di democrazia diretta possono essere rintracciati ormai solo nei classici greci, nella Repubblica di Platone, e non appartengono al mondo moderno.
schieramento politico. Ciò mina senza dubbio la fiducia del cittadino che abbia votato un candidato in relazione al quadro ideologico di
collocazione dello stesso al momento del voto.
mi stanco di richiamare l’attenzione e di invitare alla lettura degli editoriali sull’Iran presenti sul blog. Da un anno ormai i giovani
iraniani della rivoluzione verde, manifestano instancabili contro un risultato elettorale denunciato come falsato, che ha visto la
riconferma al potere di Ahmadinejad e della dinastia dei Mullah, la fine delle speranze dei tanti cittadini che avevano riposto la loro
fiducia nel leader dell’opposizione.
tetti, sono massacrati dalle bastonate delle milizie basiji (forza paramilitare e sotto nessun vero comando costituito), nonché
ricacciati e repressi dall’esercito, senza che venga accolto il loro appello alla verifica o a nuove elezioni. Che governo è quello che non
riconosce il dissenso della volontà popolare? Illegittimo e violento… Mentre il popolo iraniano si appella a gran voce al
principio di Autodeterminazione: che si chiami questo Neda morta per le strade di Teheran, che sia una fascia verde al braccio, o la voce
dei milioni di iraniani davanti alle ambasciate di tutto il mondo.
Lo stesso vale per molti Stati dell’Africa, teatro di scorribande e razzie da parte dei Signori della guerra, e per altri dell’America
Centrale, spesso dimenticati dalle pagine dei giornali. E ancora forti sono le ragioni e di violenza e repressione i quadri dell’Ossezia e
della popolazione curda.
esprimere solo una conferma o un diniego, lo strumento che a molti ancora (e lo dimostra la mobilitazione in queste occasioni) appare
irrinunciabile è il Referendum. In occasione del referendum, il cittadino è chiamato a pronunciarsi direttamente . Purtroppo, come
tutti sanno, a causa della diffusa sfiducia che spesso aleggia e della demotivazione verso una partecipazione diretta, il referendum rimane
uno strumento tristemente, erroneamente e pericolosamente sottovalutato dai più.
di disagio e il malessere hanno portato a una scissione talmente profonda nella società che vede una parte completamente lontana e
assente sul quadro della vita politica e l’altra (prevalentemente composta da giovani, giornalisti, intellettuali, associazioni) attiva
e mobilitata. Il precariato, l’autunno caldo del 2009 per le riforme che hanno fortemente penalizzato il sistema scolastico, l’indulto
prima e le leggi anti-intercettazioni dopo, hanno portato una parte della nostra società a reagire e a rendersi conto che “occorre con
determinazione prendere a autodeterminarsi”.
stata quasi un rantolo e un borbottio, un lamento sulla fuga di voti e di appoggio, nonché di risorse ora destinati a movimenti più piccoli,
ma improvvisamente percepiti come vicini e capaci di dare voce…Cosa che la nostra democrazia più istituzionale che rappresentativa aveva
dimenticato.
speranza che questo sia un nuovo impeto alla vera autodeterminazione, quella che questa generazione di giovani non ha ancora mai conosciuto
e della quale non ha memoria.
Autodeterminazione, alla fine di questo editoriale sembra allora essere: consapevolezza riguardo al
mondo in cui viviamo, capacità e desiderio di levare la nostra voce, di partecipare alle decisioni e a rendere questo mondo simile un poco
a noi o mettere in esso parte di noi. Autodeterminazione è dal voto, allosciopero, dalla fecondazione artificiale, al testamento biologico.
L’Autodeterminazione ha allora a che fare con la nostra identità di popolo e la capacità di esplicarla e darle corpo nello spazio intorno
a noi.
qualche mese più leggere, Edmondo Berselli. Ciao Edmondo…