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Posts Tagged autodeterminazione

Autodeterminazione dei popoli: l’aspirazione democratica iraniana

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sancisce, tra gli altri, il diritto all'autodeterminazione dei popoli. Cosa si intende esattamente per Autodeterminazione? Le fonti di informazione più comuni la definiscono come "il riconoscimento della capacità di scelta autonoma ed indipendente dell'individuo", definizione che parte dall'impegno del singolo cittadino di uno Stato o del singolo individuo in generale, mentre andando sul piano collettivo la definizione recita "diritto di un popolo sottoposto a dominazione straniera ad ottenere l'indipendenza, associarsi a un altro stato o comunque a poter scegliere autonIranomamente il proprio regime politico". Mi sento di sintetizzare dicendo che un popolo che vuole "autodeterminarsi" è un popolo che vuole farsi artefice del proprio destino, non lasciarlo in mani altrui sia che queste siano di dominatori stranieri sia di capi politici considerati inadeguati, e che vuole darsi il nome, le forme, la struttura e la costituzione che ritiene più consoni al proprio spirito e al proprio futuro. Come l'individuo che decide di prendere in mano la propria vita e di farne qualcosa che lo renda felice e lo faccia riconoscere come il vero se stesso così il popolo che si "autodetermina" è padrone della propria esistenza…democratica, poiché l'autodeterminazione altro non può considerarsi che il primo passo verso l'istituzione della democrazia.

Questa riflessione, oggi, mi porta a sentire l'onda verde iraniana come una forte richiesta di autodeterminazione popolare. Uno sguardo alla storia dell'Iran è sufficiente a farci rendere conto di come il popolo iraniano, specie la parte giovane (del resto abbastanza numerosa), si sia sempre impegnato attivamente per la democrazia e come tuttavia questo loro impegno sia stato depauperato e svuotato da atti di violenta imposizione della forza dall'esterno o dall'alto che dir si voglia.

La prima forma di potere esercitata sull'Iran fu quella della dinastia cagiara; allora l'Iran era ancora chiamato Persia, erede di una ricca tradizione culturale e crocevia di scambi e contatti tra il mondo occidentale e quello orientale. La dinastia cagiara fu al potere dal 1779 al 1925 esercitando una forma di potere assoluto e tuttavia solo debolmente accentrato dato che forte rimaneva sia l'influenza delle autorità religiose sia le forme locali di potere tribale. Durante la prima guerra mondiale, la Persia divenne terreno di scontro tra russi, inglesi e ottomani fino all'affermarsi della dominazione britannica che tuttavia grazie alla strenua opposizione della giovane popolazione fallisce nello stabilire un protettorato. Nel 1925 dopo diversi tentativi di mobilitazione per l'abbattimento della dinastia cagiara, un giovane comandante cosacco giungerà a potere e si autoproclamerà Shah aprendo un periodo di governo tutto suo che durerà, eccetto per una breve pausa, fino al 1979. Dal 1925 al 1979, era dello Shah, abbiamo al potere la dinastia Pahlavi.

La breve pausa è costituita da un altro tentativo di ascesa al potere e di riforma dello Stato, quello del dottor Mossadeq, il cui impegno principale si rivolge alla economia dell'Iran per la quale cerca di avviare un progetto di nazionalizzazione a partire dall'Anglo-Iranian Oil Company. Non aveva tuttavia fatto i conti con gli interessi economici degli inglesi e con il perenne controllo statunitense: i capitali iraniani presso le banche inglesi furono bloccati, l'esportazione del petrolio iraniano impedita. Nonostante Mossadeq fosse riuscito nel 1951 a fare valere le sue ragioni presso l'ONU, le accuse di volere portare il Paese verso il comunismo e il collasso dell'economia iraniana resero più semplice la sua deposizione nel 1953 in forza di una operazione coperta (operazione Ajax) dei servizi segreti americani e britannici.

Ancora una volta torna il potere dello Shah, con il supporto quindi delle potenze straniere e tuttavia il governo della dinastia Pahlavi è agli occhi degli iraniani eccessivamente filostatunitense e corrotto.

Già dal 1964 avevano preso vita manifestazioni di popolo contro un governo fantoccio quale era considerato quello dello Shah, in mano alle potenze occidentali. Queste furono sin dall'inizio guidate dall'Ayatollah Khomeyni il quale venne inizialmente respinto e esiliato in Iraq. Khomeyni continuò a incitare a una ribellione dei poteri religiosi, degli ulema, alla autocrazia dei Pahlavi, il che contribuì a infiammare ulteriormente il clima politico. La scintilla scoppiata dall'uccisione di giovani dimostranti nel 1978 condusse a una serie di ripetute dimostrazioni che avevano luogo ogni 40 giorni e che inneggiavano alla cultura e alle tradizioni persiane creando nostalgia e il richiamo al passato nei più: il tutto culminò con la presa di potere dell'Ayatollah Khomeyni che instaurò la forma di governo fino ad oggi ancora esistente "la Repubblica Islamica". Questa forma di governo è presente in Iran, Pakistan, Afghanistan, Sudan e Mauritania e prevede una forte influenza dei capi religiosi sulla vita sociale e politica che diviene ostaggio di tradizioni, dettami dei mullah e di credenze e regole spesso anacronistiche.

Dal 1989, dopo la morte di Khomeyni, la guida spirituale dell'Iran è l'ayatollah Ali Khamenei.

L'elezione del Parlamento e del primo ministro sono spesso più una farsa atta a dare alla popolazione l'illusione che qualcosa possa ancora considerarsi essere nelle sue mani.

Le ultime elezioni iraniane del giugno 2009 che hanno visto la rielezione di Mahmud Ahmadinejad, conservatore religioso, contro il candidato dell'opposizione che veniva dato per favorito Moussawi sono state denunciate da gran parte della popolazione iraniana come irregolari e con risultato alterato. Il governo iraniano e le autorità religiose negano una tale circostanza e nessuno di noi può affermare per certo cosa sia accaduto.

Tuttavia la circostanza sospetta ma soprattutto ciò che a noi interessa e che ci porta ad attenzionare e denunciare quanto sta accadendo in Iran, in nome del diritto all'autodeterminazione dei popoli, è proprio la mancata disponibilità a una nuova verifica elettorale e le sanguinose repressioni che da mesi si susseguono nel silenzio o nella pacata indignazione della Comunità Internazionale.

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Diritti Umani e Autodeterminazione dei popoli – editoriale 20.08.09

Le vicende che hanno scosso e continuano a scuotere l’Iran, le minacce che pendono su uomini, donne, anziani da stamatina alle 7,00 in Afghanistan ci fanno riflettere su un punto: la tutela dei diritti umani e il diritto all’autodeterminazione dei popoli non possono essere pensati come due argomenti disgiunti.

autodeterminazioneLa Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fa riferimento all’esercizio di diritti connessi, quale il ricorso contro la violazione dei propri diritti presso Tribunali Interanzionali (il che tutela l’uomo in quanto cittadino di una comunità superiore mondiale al di sopra delle singole parti nazionali: si vedano la Corte dell’Aja, i tribunali contro i crimini di guerra e contro l’umanità), il diritto alla cittadinanza, il diritto all’associazione (all’articolo 20), il diritto alla partecipazione all’attività di governo all’art.21.
Ma quello che possiamo chiamare il diritto all’autodeterminazione della propria sovranità popolare fino a che punto è tutelato e rispettato? In Iran ci troviamo dinanzi a un palese broglio elettorale, a una concezione del potere come possesso e personalizzazione dell’autorità anziché come dovere e responsabilità verso il “popolo-elettore”.

In Afghanistan, i talebani tremano dinanzi alla eventualità di una emancipazione della popolazione dal giogo di uno Stato che si impone con la forza del fondamentalismo religioso e delle armi.In ambo i casi si vuole espropriare il popolo della facoltà di decidere e indirizzare il proprio destino, in Iran e in Afghanistan con la violenza e la repressione, in maniera palese e forzata.
La Comunità internazionale tace e in molti casi non versa in situazioni più felici, poiché non è solo là dove la polizia o i basiji scendono in piazza a picchiare la gente con bastoni o a disperdere i dimostranti, che la democrazia è in pericolo. Lo è anche laddove la si da per scontata e i popoli stessi delegano non curanti la gestione della cosa pubblica a goveranti spesso irresponsabili o personaggi di
dubbio profilo morale e intellettuale.
“I greci capirono che la difficoltà non consisteva nel conquistare la democrazia ma nel mantenerla….Il sonno della ragione, e, direi della partecipazione, genera mostri.”.

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