Recent Posts
May 2012
M T W T F S S
« Jan    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

Archive for the ‘Intorno ai Diritti Umani’ Category

Fammi aspettare

Attraverso le parole di Emanuel, che hai già scritto per il nostro blog, ci accostiamo a un tema finora non trattato. Un tema che fa parte, in un modo o nell'altro, del nostro quotidiano e che ci porta a riflettere sulla condizione di chi, perché anziano oppure non nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, viene spesso messo da parte, allontanato o trattato in malo modo. Una riflessione che ha pienamente a che fare con i Diritti Umani allorché questi incrociano il tema della Diversità, così come percepita nella società odierna, e ancor prima e soprattutto il tema del rispetto della Dignità Umana.

 

 

Il tempo che scandiva quella cipolla d’oro, con apertura a molla, non era certo il suo. Era più l’ostinato piacere del signor Damiano a farne scorrere le lancette, quando ormai tutti leggevano grossi e rossi neon o cristalli liquidi.

 

Era in anticipo, come sempre, e come sempre sorrideva nell’attesa, poiché davvero ne valeva la pena.

Gli occhi scattavano, scuri e sottili, dal quadrante tondo al portone illuminato. Ancora pochi secondi e sarebbero stati insieme.

 

Il ristorante era sempre quello, l’automobile anche. Il panama, pregevole ma fuori moda anch’esso, poggiato sul sedile posteriore, silenzioso passeggero. La prenotazione era per le otto e un quarto, ma ovviamente lui le disse che sarebbe passato alle otto, tenendo conto del ritardo…

Ma lei l’aveva ormai capito, e tardava di conseguenza! Che furbetta, la sua Alice…

 

Ancora un minuto e poi sarebbe arrivata, lo sapeva. Il coperchio del vecchio orologio scatta di impazienza, il suo sguardo si sposta ai minuti, ai ticchettanti secondi. Poi in un soffio, lei è lì accanto a lui, scivolata sul sedile del passeggero senza che lui se ne accorgesse, come sempre.

Per farsi perdonare l’attesa, di certo, eccole poggiare le labbra sulla guancia destra del suo innamorato. Poi uno stiletto di sole, il suo sorriso, più luminoso del lampione che li spiava con la sua luce.

 

-         Perdono, sono stata trattenuta! – e rise come una bambina.

 

Lui mise in moto col cuore che esplodeva, come sempre dopo una di lei birbanteria. Già perdonatele ben prima di sentire le sue parole. Onorato testimone di tale misfatto, lui e nessun altro.

 

Galantemente, ma un po’ goffo su quei passetti frenetici, passò davanti al cofano della Giulietta e aprì la portiera per il suo amore. Lei scese elegante, sussurrò un “grazie” e a braccetto si incamminarono verso i portici sotto i quali li aspettava il ristorante.

I tacchi di lei sul selciato non si udivano, era elegante come una foglia. Lui arrancava rubicondo, deliziato dal corpo di lei.


Una stanza arredata in stile rustico, un gran camino, un pesantissimo lampadario in ferro e un’atmosfera sonnolenta e antica, pane e vimini, tovaglie un po’ ingiallite ma impeccabilmente pulite. Come sempre si sedettero in disparte, per coccolarsi un po’. Ordinò del vino rosso, ma non troppo costoso. Le avrebbe donato il mondo, se l’avesse voluto. Ma lei era semplice, e luminosa. Lei si scioglieva con ciò che la circondava, lo rendeva suo e lo migliorava con la sola sua presenza.

 

-         Come sempre, sembra tutto buonissimo, amore! Guarda il piatto di quei signori, laggiù. Hai già deciso cosa prendere? – chiese lui affondando gli occhi dapprima nel menu, poi in quelli di lei che sorridevano.

-         Sembri un bambino in un negozio di dolci, amore! Sei bellissimo!

-         Dai, non prendermi in giro… – e timidamente rise, godendosi un’altra birbanteria che lei gli regalava!

-         Non ho molto appetito di recente, lo sai. Mi lascio guidare da te, però. Forza, ordina qualcosa anche per me, mi fido dei tuoi gusti.

-         D’accordo, amore.

  Continue reading “Fammi aspettare” »

Il Lavoro e la Felicità sulla Terra

Flessibilità, progetto, adattabilità,.. parole che, nello sforzo di attestarsi nel quotidiano, mirano a esorcizzare la paura che è implicita nel loro comune denominatore. Sì, di denominatore trattasi, e non di base… perché manca il terreno sotto ai piedi al pensiero che il filo conduttore sia: instabilità, discontinuità, precarietà.

A giovani di oggi si pretende di rimproverare la mancanza di iniziativa o un presunto atteggiamento supino, come se, allo stesso modo dei padri, potessero realmente aspirare alla tranquillità di un impiego unico, durevole e certo. I giovani di oggi si mostrano invece, sin dagli anni universitari, ben felici di scavalcare questa prospettiva e di potere guardare oltre, ma attenzione: l'esperienza è, per definizione, l'acquisizione di un sapere che si intende usare in un campo di applicazione. Ma a quando questa applicazione? Chi garantisce il diritto al lavoro?

Spesso, dietro il rimprovero di non essere abbastanza flessibili, si cela la plumbea e immobile mancanza di qualsiasi prospettiva concreta: le colonne vuote alla pagina Annunci di lavoro; un contratto interrotto per sfuggire all'obbligo di assunzione (fino alla recente amnistia in forza del contratto di collegato lavoro); l'imbarazzo del non potere pronunciarsi sul domani; l'umiliazione del dovere accettare ciò contro cui si vorrebbe lottare, contro il quale si è levati alta la voce; il lavoro autonomo come necessità di "arrangiarsi" e "inventarsi qualcosa", anziché come atto coraggioso di una giovane progettualità imprenditoriale.

Ma, ancor di più, la consapevolezza delle ripercussioni sul piano sociale. Il diritto al lavoro è un diritto umano, garantito dalla stessa Dichiarazione, è un diritto inalienabile che spetta ad ogni individuo.

Lo scoraggiamento, la sfiducia, la depressione, la paura sono catalizzatori di atti violenti, di disperazione, e la prima causa delle ostilità e della disgregazione sociale. Una società di uomini e donne che hanno la sicurezza del lavoro, che amano il proprio lavoro o che lo trovano un mezzo di nobilitazione e non di mera sussistenza, di sviluppo personale, intellettuale e umano, è una società più sana e pacifica.

Oggi vogliamo ricordare l'importanza del Lavoro sotto il profilo sociale, oltre che umano, mediante le parole di coloro che proprio il Lavoro hanno posto al centro delle loro riflessioni:

 

Il lavoro allontana tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno. (Voltaire)

La vera libertà individuale non può esistere senza sicurezza economica ed indipendenza. La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature. (Franklin Delano Roosvelt)                                              

Il Governo ha due doveri: quello di mantenere l'ordine pubblico a qualunque costo ed in qualunque occasione, e quello di garantire nel modo più assoluto la libertà di lavoro. (Giovanni Giolitti)                                          

L'abitudine al lavoro modera ogni eccesso, induce il bisogno, il gusto dell'ordine; dall'ordine materiale si risale al morale: quindi può considerarsi il lavoro come uno dei migliori ausiliari dell'educazione. (Massimo D'Azeglio)

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta della felicità sulla terra. (Primo Levi)

I tipi di lavoro sono due: il primo, modificare la posizione di materia sulla o vicino alla superficie della Terra rispettivamente ad altra materia simile; il secondo, dire ad altre persone di fare questo. Il primo tipo è brutto e mal pagato; il secondo è piacevole e pagato molto bene. (Bertrand Russel)

Il lavoro caccia i vizi derivanti dall'ozio. (Seneca)

La grande maggioranza delle persone lavora soltanto per necessità, e da questa naturale avversione umana al lavoro nascono i più difficili problemi sociali. (Sigmund Freud)

Nessun male sociale può superare la frustrazione e la disgregazione che la disoccupazione arreca alle collettività umane. (Federico Caffè)

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. (Assemblea Costituzionale della Repubblica Italiana)

Da lontano, un bacio…

MammaItaliaStorie di illusioni e di disillusione, storie di sogni e di risveglio… ma anche storie di rancori e di dolore, di abnegazione e pentimento. Tanti sono i sentimenti che attraversano i giovani, gli uomini e le donne che dal nostro Paese si sono allontanati per cercare altrove la loro realizzazione, e tanti, sebbene diversi e tuttavia egualmente intensi, sono i sentimenti che attraversano i sensi e le membra di chi invece è rimasto, per inerzia o per scelta.

Ciascuno di noi, ragazzi, uomini di mezza età, donne e ogni cittadino italiano, può riconoscersi in uno o più personaggi del brano che segue. L'Italia rappresentata come mamma, che accoglie, che a volte non sa più dare, rimpianta ora e oltraggiata poi.

Una lettura che ci ha lasciato qualcosa nel cuore, grazie alle parole di Emanuel Riccobene.

————–

 

C'era una volta,

e neppure molto tempo fa, una mamma che aveva cento, duecento, mille figli. Erano tantissimi, così tanti che quasi ne perdeva il conto. E li amava tutti, dal primo all'ultimo.

Amava quel bimbetto minuto, con gli occhi grandi dietro occhiali ancor più grandi. Quello scricciolo che un giorno, al suo quinto soffio sulla candelina blu, abbracciandola disse: “Io da grande farò il giornalista! Voglio raccontare, a chi non può vederlo, com'è il mondo!”

Amava anche il dolce peso sulle ginocchia di quelle trecce bionde, di quegli abitini rosa tutti pizzo e fiocchetti che le parlava acuta, piccola e adulta, e le rivelava che la città le stava stretta, che non si divertiva abbastanza. Che aspettava un uomo che la portasse via di là, che la rendesse qualcos'altro.

Sorrideva alle grida dietro un pallone di quei matti, laggiù! “Attenti ai cocci di quella finestra che brillava integra fino ad un secondo fa, monelli!” Ma la voce è più lenta del vento. E quando arriva, i birbanti sono già scappati.


Non si addormentava finché sentiva uno dei suoi piccoli rombare 50 cc di rabbia sull'asfalto. Aspettava la fibbia del casco slacciarsi e l'ultima ambulanza spegnere il suo ululato, poi si coricava.

Bruciava per il figlio del fornaio, che sognava la bella vita a Hollywood o Parigi o Milano, e riversava la sua foga e speranza nel lavoro che fu di suo padre, che un lavoro non lo ha più. Lui Parigi non la vide mai, ma gli occhi di sua moglie erano il suo, di sogno.

E quel bimbo, così studioso e attento, con pochi amici che non avessero pagine e inchiostro e profumo caldo di stampa, di vita altrui, di una donna che non vedrà mai, di campi e terre che sono lettere e parole.

Tutti, li amava tutti. Dava loro un nome, una casa, la forza per calpestare il suo prato.


Poi, un giorno…

Venne un male e la colse, quando meno se la aspettava, come ogni cattivo di un romanzo, come il criminale di quel film in TV.

Dentro, le scavava le ossa, le impoveriva l'anima. Respirava a fatica, lei che era così forte, lei che li teneva tutti tra le braccia.

Tra le lenzuola penose, poteva solo ormai osservare.

Osservare il pellegrinaggio dei suoi figli. Sono mille, un milione! Ma non sono tutti lì.


C'è chi a Parigi è volato davvero, e di lei rimane la foto su una cartolina sbiadita che ha portato in un libro.

C'è chi la umilia, al tavolo di un bar, dove tutto è fumo e disillusione, e i bambini non possono entrare.

E quello lì? Non ha più gli occhiali, ha una cravatta e un telefonino. Non gli interessa più raccontare il mondo, lui lo odia il mondo. Arido come i campi che vende e affitta, nero come il colore che sfrutta nella sua fabbrica.


E quella serranda abbassata? Ma è quella del panettiere! Che Hollywood lo abbia reclamato? Che abbia realizzato il suo sogno? Invece eccolo lì, fa le consegne per un corriere, guardalo!

Ha tre bocche da sfamare, ora, e non se ne pente per un solo istante. Vorrebbe poter lasciare qualcosa alla sua piccola, come il vecchio fornaio buono che la bottega l'aveva creata. Ma prima vuol curare sua mamma.

Molti nemmeno vengono a salutarla. “Quella non mi merita. Io ho fatto tutto per lei, non il contrario”. “Fa finta, si riprenderà. Basta rimetterla un po' in sesto a modo mio… anzi, a modo nostro!”


E lei piange, e con le lacrime si riempiono cantine e metropolitane. Piove sui ripetitori e sulle parabole bianche. Distrutta e oltraggiata, lei ancora resiste per quelli che le vogliono ancora bene.

Ogni figlio mascalzone, che la gravava di debiti e pesi, ha la giusta ricompensa… una seconda possibilità.

Mamma, fatti forza. Io sono via, ma vorrei esser lì, perché tu sia orgogliosa di me come io di te lo sono.

Ho comprato un regalo per te! Te lo do a Natale…

Uno stivale, uno solo.

Tutto per te.

Iscriviti alla Newsletter

Recent Comments
Rss Feed Tweeter button Facebook button Technorati button Reddit button Myspace button Linkedin button Webonews button Delicious button Digg button Flickr button Stumbleupon button Newsvine button Youtube button

Optimized by SEO Ultimate