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Informazione, Diritti Umani e il Futuro possibile
Ci sono tre diritti, sanciti all’interno del testo della Dichiarazione Universale, e radicati nel sentire di ciascun individuo che abbia a cuore la propria libertà e quella del proprio vicino, che sono inscindibili tra di loro, già al primo sguardo: sono il diritto all’informazione, la libertà di espressione e l’autodeterminazione.
Queste tre parole, che rappresentano tre universi unici, hanno effettivamente ciascuna una propria storia.
La libertà di informazione è da sempre ciò per cui si è lottato in qualsiasi Paese fosse democratico solo di facciata, o neanche, e avesse tratti dittatoriali. I primi a incorrere in sanzioni e a finire in prigione, venendo così privati anche della loro libertà fisica, oltre che di quella intellettuale, sono i giornalisti… così è in ciascun Paese non libero. Basti pensare all’Italia fascista, alla Germania nazista, all’ex blocco sovietico… e tristemente ancora oggi a casi palesi come quello della Russia e della Bielorussia, nonché a situazioni velate, quali quella di molti Paesi dell’Europa centrale, tra cui anche l’Italia, propensi a imporre misure restrittive sul web. Laddove si cerca di controllare o di mettere a freno la libertà d’informazione, c’è un despota che ha paura.
Il diritto a manifestare è strettamente connesso al primo: laddove la gente è informata, il germe dell’agitazione e della protesta rischiano di diffondersi ancor più rapidamente agli occhi dei padroni del Paese.
Nella ex-DDR, ad esempio, veniva vietato qualsiasi tipo di materiale proveniente dal blocco occidentale, nonché l’installazione di qualsiasi antenna televisiva consentisse la ricezione di canali non di partito: ciò, proprio perché si temeva che dall’informazione scaturissero le manifestazioni, e da queste un colpo alla credibilità del regime. Fu proprio quando la Chiesa e alcune associazioni ambientaliste, nonché alcune frange della popolazione, presero a diffondere materiale informativo, a invitare al raduno pacifico, sebbene sotto la minaccia delle possibile ripercussioni, del carcere e della morte (ricordiamo che la DDR giustiziava mediante ghigliottina gli oppositori politici fino al 1968) che il regime prese a vacillare. Vacillò e vacillò come una enorme nave carica e già vecchia, con nella stiva merce stantia, alla quale venissero praticati minuscoli forellini ad ogni parola inneggiante alla democrazia “Noi siamo il popolo”, “Via il muro”, “Niente violenza”, “Elezioni libere”, “Vogliamo andarcene”, ma anche “Da qui non ci muoviamo”.
Una, due, cento volte: è sempre stato il popolo in piazza a cacciare via i dittatori, e non i carri armati, poiché non ci può essere sbocco democratico in un passaggio indirizzato dall’alto.
Ed eccoci al tema dell’autodeterminazione: un popolo non può autonomamente e in maniera consapevole orientare il corso della sua storia e costruire il proprio futuro, se alla base non sono garantiti i diritti all’informazione diretta e non manipolata e alla libera espressione del proprio orientamento e del proprio sentire. Iran, Siria, Tunisia, Libia e Russia, Bielorussia e così anche governi che non si lanciano in repressioni esplicite perché non potrebbero permetterselo o forse perché non ne abbisognano, dovrebbero chiedersi dove stanno andando i loro Paesi. Se l’idea dell’autodeterminazione è così fortemente sentita è perché sotto i nostri occhi si sta oggi celebrando il più grave e ampio distacco tra Paesi e governi, tra i cittadini e coloro che li rappresentano.
La Dichiarazione Universale ci indica in tal senso la strada verso l’affrancamento da qualsiasi tipo di predominio e per il consolidarsi della democrazia, specie agli articoli 19 (“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.), 20 (“Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica…), 27 (“Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici…) e 29 (“…Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica…”).
E con questo, la conclusione non può che essere una: il futuro del nostro Paese non dipende da qualche forza o evento esterno, il nostro domani è nelle mani di ciascuno di noi.
Dimensione Europa: Unione economica o Unione dei cittadini?
Un sogno che affonda le sue radici nello scenario postbellico degli anni Cinquanta: si chiama Comunità Economica Europea (CEE). Qualcuno non lo ricorda più, qualcun altro non sa dove si sia trasformato bene in cos'altro, più di uno lo rimpiange. Un progetto lontano e incompleto, che trova vero respiro e la spinta per partire solo 35 anni dopo i Trattati di Roma, nel 1992, con la sotto
scrizione del Trattato di Maastricht… eppure il sogno della Comunità Europea desta più di una nostalgia. Sì, perché ad esso si è guardato con speranza e con l'illusione che rappresentasse una rivoluzione, quella del Vecchio Continente, che si metteva così alla pari e emergeva con eguale dignità e autorevolezza rispetto all'universo americano. Un obiettvo democratico e egualitario, rispettoso dei Diritti dell'Uomo.
Sin dall'inizio un progetto ambizioso: la libera circolazione in tutto il Continente delle merci e dei capitali, l'Unione monetaria, la libera circolazione dei lavoratori.
E così si concretizzò man mano, si spogliò dell'impalpabile veste del sogno per vestire l'armatura della realtà concreta e forte. In tal modo, le merci presero a circolare liberamente rispetto a prima: in ciascun Paese, a partire dal 2001, tra un convertitore e una calcolatrice, si opponeva alla confusione e all'imbarazzo di casa (tra commercianti e acquirenti, entrambi soggetti un poco persi e incerti davanti al nuovo conio) l'orgoglio di potere muoversi liberamente e, senza costi né limitazioni, con la stessa valuta oltre confine. E ancora, il movimento delle imprese, lo scambio, l'innovazione e l'apertura di nuovi orizzonti.
Di certo la Comunità Economica Europea ha avvicinato il mondo vecchio, ha legato più solidamente gli uni agli altri gli Stati, ma non ci è voluto troppo tempo a capire che non era abbastanza. Eccoli quindi, ripresi in mano, i progetti dei Padri Fondatori dell'Europa: una costituzione unica, una politica interna e estera comune, un Diritto Europeo e la solidarietà tra gli Stati, oltre che la tutela dei diritti dei cittadini di tutti gli Stati membri, che mano a mano divenivano sempre di più…
Ed ecco il sorgere dei primi dubbi e delle perplessità: cosa è stato realizzato di tutto ciò? Quanto possiamo essere orgogliosi… e quanto delusi?
Il progetto di scrivere una Costituzione comune e condivisa si è arenato dinanzi agli scogli della religione e dei limiti imposti agli Stati nazionali: nel 2009, lo stop che ha fatto naufragare il progetto è arrivato proprio da due degli Stati fondatori, Francia e Paesi Bassi. Mentre altri Paesi, tra cui l'Italia e la Germania, hanno timidamente ratificato per via parlamentare e senza volere indire un referendum popolare.
La politica interna e la politica estera faticano a emergere per la differenza di prospettive e sentire tra i Paesi: stagna l'idea di costituire un esercito unitario e lo stesso diritto di intervenire o meno in conflitti armati è lasciato alla discrezione di ogni singolo Stato (basti pensare alla differenza di posizioni tra Germania, da un lato, e Francia e Italia, dall'altro, rispetto alla crisi libica). Anche in politica estera, gli Stati continuano a scontrarsi tra di loro: la Francia ha optato per la chiusura delle frontiere e per il respingimento dinanzi ai recenti flussi migratori, in conseguenza delle sommosse scoppiate in Africa e in Medio Oriente.
In materia di diritto, molti Stati, primi tra i quali l'Italia, faticano a volere sottomettere la loro volontà nazionale o l'espressione di alcuni gruppi di potere alla regolamentazione stabilita a livello europeo. Ciò, nonostante sia chiaramente affermata l'idea che i singoli diritti e le giurisprudenze nazionali sono sottomesse alla sovrana e condivisa giurisdizione europea. In Italia, un esempio chiaro in questo senso è quello relativo alla gestione delle frequenze dei media e dei diritti televisivi.
In generale, non si è effettivamente consolidata e stabilita una vera collaborazione tra gli Stati.
Ciò emerge, ad esempio, in materia finanziaria, come dimostrano le recenti crisi portoghese e greca. La mobilitazione in favore dei due Paesi da parte della Germania è più dovuta agli interessi economici del sistema bancario e assicurativo tedesco, che sarebbe fortemente danneggiato da un black-out della finanza greca. Le banche tedesche, tra l'altro, coinvolte nel piano di salvataggio previsto dal governo federale ancora nel 2009, sono fortemente indebitate e attualmente non in condizione di risarcire l'enorme budget speso in nome del loro salvataggio. Ogni gesto solidale si arresta quindi dinanzi alla prospettiva di mancate garanzie future.
Una mancanza di collaborazione si è palesata anche nell'affrontare la crisi tedesca scoppiata con la diffusione del nuovo batterio di Escherichia coli, individuato nelle coltivazioni di alcune città del Nord della Germania. Amburgo e Lubecca hanno registrato un elevatissimo numero di contagi (quasi un migliaio con sindrome emolitico-uremica, del tipo più grave che intacca i reni e il sistema nervoso) e una cinquantina di morti. In un primo tempo, la colpa è stata frettolosamente ed erroneamente fatta ricadere sulla Spagna, in seguito sull'Olanda, con enormi danni specie per il primo Paese. Mentre i Paesi hanno giocato a scaricabarile, l'Unione Europea, dal canto suo, dovrà rispondere per milioni di euro di danni a carico dei coltivatori tedeschi, sebbene la Germania non abbia subito positivamente accolto l'invito al coinvolgimento di una troupe di biologi internazionali, e sebbene le esatte cause dell'epidemia rimangano ad oggi non accertate.
Infine, tornando al tema della cittadinanza: quanto sono garantiti all'interno dell'Unione Europea, in concreto, alcuni diritti fondamentali della persona umana, cari alla Dichiarazione Universale? L'articolo 6, ad esempio, che riconosce la personalità giuridica della persona e del cittadino? Quanto l'Unione Europea è stata finora in grado di rispettare l'articolo 14 della Dichiarazione sull'accoglienza e la solidarietà verso individui aventi diritto all'asilo politico? E, ancora, quanto sono applicati gli articoli 22 e 28 che prevedono il pieno sviluppo della persona e del cittadino e il pieno esercizio dei diritti in un quadro di collaborazione nazionale e sovranazionale?
Emerge un panorama quantomeno improbabile: nessun documento di guida comune, assenza di principi condivisi nei rapporti con il mondo esterno, mancanza di un coordinamento armonico dei rapporti interni, assenza di una politica migratoria e il desiderio di fare prevalere le volontà nazionali: provare delusione dinanzi al progetto unitario europeo può forse volere dire che finora abbiamo vissuto nell'illusione? O c'è ancora margine per credere che questa Unione dei Capitali e delle Istituzioni possa lasciare spazio ai Diritti degli Uomini e dei Cittadini?
Salvaguardia dei diritti umani in guerra: il Diritto Umanitario
L'Italia partecipa da ieri alle operazioni militari in Libia.
La nostra riflessione volutamente prescinde dagli interessi delle Nazioni coinvolte, dalla logica di concertazione internazionale e dalla giustificazione di un conflitto in nome di un equilibrio sovranazionale, e si sofferma invece sulle ripercussioni sulla popolazione civile.
In questo q
uadro si inserisce la riflessione odierna: come si regola il comportamento in guerra nei confronti dei civili? Dove trovano il loro limite e nel contempo la loro ragione le convenzioni internazionali nate per garantire il rispetto dei diritti umani? Come la comunità internazionale ha trattato questo tema nel corso della Storia?
L’imprescindibile distinzione che ci sta a cuore è quella tra Diritto Internazionale dei Diritti Umani e Diritto Internazionale Umanitario.
Mentre il primo è ciò che conferisce corpo e sostanza a questo blog, alle nostre riflessioni, alla dignità umana dinanzi agli Stati e agli enti governativi nazionali e sovranazionali, mentre questo primo è l'insieme delle norme volto alla tutela della dignità umana nel quotidiano e in assenza di conflitto, diversa è la riflessione nel secondo caso. Il Diritto Internazionale Umanitario è molto più vicino allo Ius in Bello (Il Diritto in Guerra) che alla tutela dell’individuo, e tende a tenere in vita i diritti naturali della persona umana nella misura in cui ciò è compatibile con un contesto di conflitto armato. Il Diritto Internazionale Umanitario trova una delle sue massime espressioni nelle Convenzioni di Ginevra del 1949 e nei collegati protocolli del 1977. Questi documenti hanno lo scopo di definire e quindi regolare situazioni in guerra che concernano la protezione della popolazione civile, il trattamento dei prigionieri di guerra, la sorte dei feriti in conflitti che si svolgano in mare e in campagne di terra, inoltre definiscono l’ambito di azione di associazioni operanti in un quadro di conflitto (anche internazionale), come ad esempio la Croce Rossa.
Le convenzioni stabiliscono da un lato chi sono i soggetti attivi del conflitto, e che pertanto possono legittimamente compiere atti di violenza bellica, dall’altro individuano le cose ed i soggetti protetti, ossia le persone, i beni e i luoghi nei confronti dei quali non può essere esercitata la violenza bellica. Inoltre sono indicati i mezzi e i metodi di guerra, le norme che regolano la condotta dei belligeranti verso i neutrali e la protezione che a questi va garantita.
Le quattro convenzioni si articolano come segue:
- • La prima Convenzione: per il miglioramento delle condizioni dei feriti e dei malati delle forze armate in campagna di terra.
- • La seconda Convenzione: per il miglioramento delle condizioni dei feriti, dei malati e dei naufraghi delle forze armate sul mare.
- • La terza Convenzione: relativa al trattamento dei prigionieri di guerra.
- • La quarta Convenzione: relativa alla protezione delle persone civili in tempo di guerra.
Non è semplice offrire una sintesi, ma a nostro parere non è possibile ignorare i seguenti punti:
- Il ricorso al conflitto armato deve avvenire solo in casi di estrema necessità, laddove si verifichino violazioni gravi dei diritti umani a danno di una popolazione (come quella libica) o di una etnia (come quella curda) e solo allorché la prassi politica e diplomatica si siano rivelate inefficaci e esaurite, mai prima d'allora.
- I non belligeranti devono essere tutelati e le potenze coinvolte nell’azione bellica dovranno tenere in ogni momento in conto il loro interesse. I belligeranti, fatti prigionieri o caduti nelle mani della controparte, dovranno essere trattati umanamente: nessuna forma di tortura o svilimento della loro dignità può essere in alcun modo giustificata.
- Le armi utilizzate nel corso del conflitto devono essere compatibili con il rispetto dei diritti umani e la tutela degli individui. Il napalm utilizzato in Iraq è un’arma non convenzionale proibita e disumana, il gas nervino utilizzato da Saddam Hussein contro i curdi è stato il mezzo con cui si è perpetrato un crimine abominevole come la tentata pulizia etnica, lo stesso vale per le armi chimiche e le armi di distruzione di massa.
- Infine, per rimanere comunque sui principi essenziali, tutti gli Stati hanno l'obbligo giuridico e morale di rispettare e fare rispettare le regole del Diritto Umanitario.
La Comunità Internazionale sembra ancor oggi lungi dal riuscire a risolvere problemi di carattere internazionale o violazioni in determinate aree del mondo, con mezzi diversi dalla forza. Sembra in certi casi che alcuni Stati, gli “Stati canaglia”, secondo la definizione datane dall’amministrazione conservatrice dei falchi di G. Bush, costituiscano una minaccia tale agli occhi delle grandi potenze da rendere giustificabile il ricorso alla forza. Queste paure generano automaticamente l'uso della forza armata, che nonostante tutto è ancora accettato come lecito e legittimo diritto degli Stati. In un universo mutato, a sessanta e più anni dalla fine della Guerra Fredda, dalla crisi dei missili di Cuba e da un possibile teatro di terrore globale, alcuni equilibri si ripetono e la visione del mondo è ancora frutto di una prospettiva hobbesiana, del "mors tua, vita mea". Il Diritto Internazionale Umanitario è in questo quadro la cura a un male ancora non scongiurabile e pertanto di importanza fondamentale per il rispetto dei diritti della persona umana in quadri di criticità.