Dimensione Europa: Unione economica o Unione dei cittadini?
Un sogno che affonda le sue radici nello scenario postbellico degli anni Cinquanta: si chiama Comunità Economica Europea (CEE). Qualcuno non lo ricorda più, qualcun altro non sa dove si sia trasformato bene in cos'altro, più di uno lo rimpiange. Un progetto lontano e incompleto, che trova vero respiro e la spinta per partire solo 35 anni dopo i Trattati di Roma, nel 1992, con la sotto
scrizione del Trattato di Maastricht… eppure il sogno della Comunità Europea desta più di una nostalgia. Sì, perché ad esso si è guardato con speranza e con l'illusione che rappresentasse una rivoluzione, quella del Vecchio Continente, che si metteva così alla pari e emergeva con eguale dignità e autorevolezza rispetto all'universo americano. Un obiettvo democratico e egualitario, rispettoso dei Diritti dell'Uomo.
Sin dall'inizio un progetto ambizioso: la libera circolazione in tutto il Continente delle merci e dei capitali, l'Unione monetaria, la libera circolazione dei lavoratori.
E così si concretizzò man mano, si spogliò dell'impalpabile veste del sogno per vestire l'armatura della realtà concreta e forte. In tal modo, le merci presero a circolare liberamente rispetto a prima: in ciascun Paese, a partire dal 2001, tra un convertitore e una calcolatrice, si opponeva alla confusione e all'imbarazzo di casa (tra commercianti e acquirenti, entrambi soggetti un poco persi e incerti davanti al nuovo conio) l'orgoglio di potere muoversi liberamente e, senza costi né limitazioni, con la stessa valuta oltre confine. E ancora, il movimento delle imprese, lo scambio, l'innovazione e l'apertura di nuovi orizzonti.
Di certo la Comunità Economica Europea ha avvicinato il mondo vecchio, ha legato più solidamente gli uni agli altri gli Stati, ma non ci è voluto troppo tempo a capire che non era abbastanza. Eccoli quindi, ripresi in mano, i progetti dei Padri Fondatori dell'Europa: una costituzione unica, una politica interna e estera comune, un Diritto Europeo e la solidarietà tra gli Stati, oltre che la tutela dei diritti dei cittadini di tutti gli Stati membri, che mano a mano divenivano sempre di più…
Ed ecco il sorgere dei primi dubbi e delle perplessità: cosa è stato realizzato di tutto ciò? Quanto possiamo essere orgogliosi… e quanto delusi?
Il progetto di scrivere una Costituzione comune e condivisa si è arenato dinanzi agli scogli della religione e dei limiti imposti agli Stati nazionali: nel 2009, lo stop che ha fatto naufragare il progetto è arrivato proprio da due degli Stati fondatori, Francia e Paesi Bassi. Mentre altri Paesi, tra cui l'Italia e la Germania, hanno timidamente ratificato per via parlamentare e senza volere indire un referendum popolare.
La politica interna e la politica estera faticano a emergere per la differenza di prospettive e sentire tra i Paesi: stagna l'idea di costituire un esercito unitario e lo stesso diritto di intervenire o meno in conflitti armati è lasciato alla discrezione di ogni singolo Stato (basti pensare alla differenza di posizioni tra Germania, da un lato, e Francia e Italia, dall'altro, rispetto alla crisi libica). Anche in politica estera, gli Stati continuano a scontrarsi tra di loro: la Francia ha optato per la chiusura delle frontiere e per il respingimento dinanzi ai recenti flussi migratori, in conseguenza delle sommosse scoppiate in Africa e in Medio Oriente.
In materia di diritto, molti Stati, primi tra i quali l'Italia, faticano a volere sottomettere la loro volontà nazionale o l'espressione di alcuni gruppi di potere alla regolamentazione stabilita a livello europeo. Ciò, nonostante sia chiaramente affermata l'idea che i singoli diritti e le giurisprudenze nazionali sono sottomesse alla sovrana e condivisa giurisdizione europea. In Italia, un esempio chiaro in questo senso è quello relativo alla gestione delle frequenze dei media e dei diritti televisivi.
In generale, non si è effettivamente consolidata e stabilita una vera collaborazione tra gli Stati.
Ciò emerge, ad esempio, in materia finanziaria, come dimostrano le recenti crisi portoghese e greca. La mobilitazione in favore dei due Paesi da parte della Germania è più dovuta agli interessi economici del sistema bancario e assicurativo tedesco, che sarebbe fortemente danneggiato da un black-out della finanza greca. Le banche tedesche, tra l'altro, coinvolte nel piano di salvataggio previsto dal governo federale ancora nel 2009, sono fortemente indebitate e attualmente non in condizione di risarcire l'enorme budget speso in nome del loro salvataggio. Ogni gesto solidale si arresta quindi dinanzi alla prospettiva di mancate garanzie future.
Una mancanza di collaborazione si è palesata anche nell'affrontare la crisi tedesca scoppiata con la diffusione del nuovo batterio di Escherichia coli, individuato nelle coltivazioni di alcune città del Nord della Germania. Amburgo e Lubecca hanno registrato un elevatissimo numero di contagi (quasi un migliaio con sindrome emolitico-uremica, del tipo più grave che intacca i reni e il sistema nervoso) e una cinquantina di morti. In un primo tempo, la colpa è stata frettolosamente ed erroneamente fatta ricadere sulla Spagna, in seguito sull'Olanda, con enormi danni specie per il primo Paese. Mentre i Paesi hanno giocato a scaricabarile, l'Unione Europea, dal canto suo, dovrà rispondere per milioni di euro di danni a carico dei coltivatori tedeschi, sebbene la Germania non abbia subito positivamente accolto l'invito al coinvolgimento di una troupe di biologi internazionali, e sebbene le esatte cause dell'epidemia rimangano ad oggi non accertate.
Infine, tornando al tema della cittadinanza: quanto sono garantiti all'interno dell'Unione Europea, in concreto, alcuni diritti fondamentali della persona umana, cari alla Dichiarazione Universale? L'articolo 6, ad esempio, che riconosce la personalità giuridica della persona e del cittadino? Quanto l'Unione Europea è stata finora in grado di rispettare l'articolo 14 della Dichiarazione sull'accoglienza e la solidarietà verso individui aventi diritto all'asilo politico? E, ancora, quanto sono applicati gli articoli 22 e 28 che prevedono il pieno sviluppo della persona e del cittadino e il pieno esercizio dei diritti in un quadro di collaborazione nazionale e sovranazionale?
Emerge un panorama quantomeno improbabile: nessun documento di guida comune, assenza di principi condivisi nei rapporti con il mondo esterno, mancanza di un coordinamento armonico dei rapporti interni, assenza di una politica migratoria e il desiderio di fare prevalere le volontà nazionali: provare delusione dinanzi al progetto unitario europeo può forse volere dire che finora abbiamo vissuto nell'illusione? O c'è ancora margine per credere che questa Unione dei Capitali e delle Istituzioni possa lasciare spazio ai Diritti degli Uomini e dei Cittadini?