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Fammi aspettare

Attraverso le parole di Emanuel, che hai già scritto per il nostro blog, ci accostiamo a un tema finora non trattato. Un tema che fa parte, in un modo o nell'altro, del nostro quotidiano e che ci porta a riflettere sulla condizione di chi, perché anziano oppure non nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, viene spesso messo da parte, allontanato o trattato in malo modo. Una riflessione che ha pienamente a che fare con i Diritti Umani allorché questi incrociano il tema della Diversità, così come percepita nella società odierna, e ancor prima e soprattutto il tema del rispetto della Dignità Umana.

 

 

Il tempo che scandiva quella cipolla d’oro, con apertura a molla, non era certo il suo. Era più l’ostinato piacere del signor Damiano a farne scorrere le lancette, quando ormai tutti leggevano grossi e rossi neon o cristalli liquidi.

 

Era in anticipo, come sempre, e come sempre sorrideva nell’attesa, poiché davvero ne valeva la pena.

Gli occhi scattavano, scuri e sottili, dal quadrante tondo al portone illuminato. Ancora pochi secondi e sarebbero stati insieme.

 

Il ristorante era sempre quello, l’automobile anche. Il panama, pregevole ma fuori moda anch’esso, poggiato sul sedile posteriore, silenzioso passeggero. La prenotazione era per le otto e un quarto, ma ovviamente lui le disse che sarebbe passato alle otto, tenendo conto del ritardo…

Ma lei l’aveva ormai capito, e tardava di conseguenza! Che furbetta, la sua Alice…

 

Ancora un minuto e poi sarebbe arrivata, lo sapeva. Il coperchio del vecchio orologio scatta di impazienza, il suo sguardo si sposta ai minuti, ai ticchettanti secondi. Poi in un soffio, lei è lì accanto a lui, scivolata sul sedile del passeggero senza che lui se ne accorgesse, come sempre.

Per farsi perdonare l’attesa, di certo, eccole poggiare le labbra sulla guancia destra del suo innamorato. Poi uno stiletto di sole, il suo sorriso, più luminoso del lampione che li spiava con la sua luce.

 

-         Perdono, sono stata trattenuta! – e rise come una bambina.

 

Lui mise in moto col cuore che esplodeva, come sempre dopo una di lei birbanteria. Già perdonatele ben prima di sentire le sue parole. Onorato testimone di tale misfatto, lui e nessun altro.

 

Galantemente, ma un po’ goffo su quei passetti frenetici, passò davanti al cofano della Giulietta e aprì la portiera per il suo amore. Lei scese elegante, sussurrò un “grazie” e a braccetto si incamminarono verso i portici sotto i quali li aspettava il ristorante.

I tacchi di lei sul selciato non si udivano, era elegante come una foglia. Lui arrancava rubicondo, deliziato dal corpo di lei.


Una stanza arredata in stile rustico, un gran camino, un pesantissimo lampadario in ferro e un’atmosfera sonnolenta e antica, pane e vimini, tovaglie un po’ ingiallite ma impeccabilmente pulite. Come sempre si sedettero in disparte, per coccolarsi un po’. Ordinò del vino rosso, ma non troppo costoso. Le avrebbe donato il mondo, se l’avesse voluto. Ma lei era semplice, e luminosa. Lei si scioglieva con ciò che la circondava, lo rendeva suo e lo migliorava con la sola sua presenza.

 

-         Come sempre, sembra tutto buonissimo, amore! Guarda il piatto di quei signori, laggiù. Hai già deciso cosa prendere? – chiese lui affondando gli occhi dapprima nel menu, poi in quelli di lei che sorridevano.

-         Sembri un bambino in un negozio di dolci, amore! Sei bellissimo!

-         Dai, non prendermi in giro… – e timidamente rise, godendosi un’altra birbanteria che lei gli regalava!

-         Non ho molto appetito di recente, lo sai. Mi lascio guidare da te, però. Forza, ordina qualcosa anche per me, mi fido dei tuoi gusti.

-         D’accordo, amore.

 

Dopo alcuni minuti, la moglie del proprietario, una signora minuta e bionda, in punta di piedi entrò nel mondo degli innamorati e portò due piatti fumanti. Sorrise al signor Damiano, e lui sembrò cogliervi un velo di tristezza. Che le fosse successo qualcosa? Si augurava con tutto il cuore di essersi sbagliato. Che non la turbasse nulla, che tutto il mondo fosse solo colori e vita, che la vita fosse un sole, mille soli. Perché lui era lì con la sua Alice, e non voleva nient’altro che pace.

 

-         Sai piccola – bofonchiò tra un boccone e l’altro a lei che lo guardava divertita – stavo pensando alle vacanze estive…

-         Non si parla con la bocca piena, signor Mangione! – lo schernì lei.

-         Hai ragione, scusa…

-         Scherzavo, amore! Allora, quale malvagio piano sta preparando la tua mente geniale?

-         Beh… un amico, Andrea, mi potrebbe prestare per un paio di settimane a luglio la sua baita in montagna… Ricordi, c’eravamo andati qualche anno fa un weekend, per il suo compleanno. Lui andrà ospite da sua figlia al mare, e quindi…

-         E tu… tu ci vorresti andare con me? – chiese lei, come se fosse seria.

-         E con chi altro, amore!

-         Ah non so… magari con una più giovane e bella… – e fece la linguaccia, ciliegina sulla torta dell’ennesima marachella.

-         Impossibile!

 

E risero piano, e lui la amava perdutamente.

Poi lei si fece più rigida, e gli chiese ancora:

 

-         Parlando seriamente, amore. Sai… io pensavo che forse tu… dovresti andarci da solo, ecco. Io verrei in capo al mondo con te, spero tu lo sappia. Però…

-         E in montagna non è in capo al mondo? – sbottò lui, visibilmente preoccupato.

-         Beh, ecco… come posso spiegarti… Diciamo che sento di voler rimanere qui, ecco.

-         Qui al ristorante? – provò a sdrammatizzare lui.

-         Dai, scemotto. Qui, ad aspettare il tuo ritorno. Mi piace aspettarti, anche se… diciamolo… sei troppo puntuale per i miei gusti!
Se ti aspetto, è come se la mia vita si accendesse. Quando incornicio il tuo viso nel mio sguardo, mi sento appagata. Risponde alle mie mille domande su che espressioni mi regalerai, se ti sarai fatto la barba, se ti sono mancata…
L’attesa merita… Ti prepara alla gioia dell’incontro, che poi è un attimo.

-         Amore… non so se mi hai convinto. Io voglio passare ogni secondo con te!

-         Sai che vale lo stesso per me… ma non possiamo.

 

Damiano nemmeno si ricordava del perché non si potesse. Era ormai un’idea accettata da parte dei due innamorati, e solo in rari casi come quello tornava attuale.

Con dolcezza, lui rimandò la decisione, tanto più che l’estate era ancora lontana. Lei capì, e gli sorrise: non voleva rovinare la loro serata insieme.

 

In quella stanza, anche la cipolla sembrava correre lenta. Lo scatto della molla meno repentino, il ticchettio più sommesso. C’erano i loro occhi, poi il tempo, fuori.

 

Il signor Damiano la aiutò a indossare il cappotto, poi si diresse a pagare. Lei non aveva davvero mangiato nulla, ma lui sapeva che comunque aveva gradito il ristorante, come sempre.

 

-         Le facciamo uno sconto, signor Damiano, come l’altra volta… lei è un cliente affezionato, se lo merita!

-         Siete gentilissimi, e il cibo era fantastico! Torneremo ancora, presto.

-         Chi? – Chiese il figlio dei padroni, che puliva il bancone del bar accanto alla cassa.

-         Gaspare, va’ in cucina da tuo padre per favore, ti stava chiamando – si girò d’istinto la signora verso il figlio. – Arrivederci, signor Damiano, e grazie.

 

Gaspare si allontanò, così come i due innamorati, che imboccarono l’uscita. La signora rimase alla cassa ad osservare il signor Damiano, e se egli si fosse voltato avrebbe notato ancora una volta lo stesso sguardo di prima, un po’ triste ma che non giudica.

 

Cavaliere, richiuse la portiera dopo che Alice si era accomodata in macchina, fece il giro e si mise alla guida. Ben tenuto ed oliato, il motore di Giulietta senza troppi sforzi si destò, ubbidiente nel riportarli verso casa di lei.

 

Lì, sotto il solito lampione curioso, avrebbero parlato e lui, fiducioso, avrebbe come sempre provato a strapparle un bacio, uno solo. Poi l’avrebbe accompagnata al portone, salutata e sperato con tutto il cuore che facesse dei sogni tranquilli, e che magari ci fosse anche lui in essi. Infine, tutto solo, si sarebbe avviato a casa, felice di avere lei, felice di averla per sempre.

 

Anche quella sera, tutto ciò successe. Lui sgambettò verso la macchina, sinceratosi che lei fosse al sicuro, e la Giulietta scivolò lungo la strada per andare a riposare.

Tutte le volte, lei lo guardava, non vista, sorridere dopo averla salutata, provava la medesima stizza per il mancato contatto delle loro labbra, condivideva la speranza di Damiano, mai sopita, di riuscirvi la volta successiva.

 

Soffriva per quanto aveva sofferto lui, in passato, e per il suo averlo dimenticato.

Sì, l’attesa di rivederlo presto meritava, meritava davvero.

 

Alice si voltò e sparì.

 

-         Papà, mi volevi? – Chiese Gaspare, entrando in cucina. Suo padre stava caricando la lavastoviglie, uno dei pochi lussi moderni che il ristornate si era concesso, in particolare da quando marito e moglie iniziarono a soffrire di qualche acciacco.

-         No, non ti ho chiamato. Senti, ma… il signor Damiano è andato via?

-         Sì giusto ora. Quello lì è matto, secondo me… continua a parlare al plurale, ma viene sempre qui da solo, tutto in ghingheri… è un vecchietto ridicolo!
E poi perchè ordina per due, sposta la sedia di fronte alla sua…

-         Va’ di là, idiota, fila! Non capisci niente. – scattò il padre.

 

Damiano era salvo. Era pazzo e al sicuro. L’ultimo vero gentiluomo ancora in vita.

 

E un giorno, sarebbe riuscito a baciarla.

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