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9/11/2009: 20 anni dopo la Caduta del Muro che ha diviso l’Europa…Regimi di ieri, lotte di oggi, prospettive del domani

Autunno 1989 – Autunno 2009. Siamo solo a pochi giorni di distanza da un evento che ha mutato il volto del nostro Vecchio Continente e ci ha reso quello che oggi siamo, un’Europa, unica e unita. leipzigSenza nulla togliere alla portata degli eventi storici antecedenti, anzi proprio in forza del contributo che questi hanno apportato nel tracciare il profilo democratico odierno, è la caduta del muro di Berlino l’evento più significativo della Storia Contemporanea. Tuttavia, i nostri giovani sono spesso digiuni di quali siano i significati, le vicende, le lotte e gli aneliti che preparano questo mastodontico evento. Nove novembre 1989, una data rimasta nella Storia: la fine della divisione della Germania, la fine della divisione dell’Europa, la fine della Guerra Fredda. Ma a un appassionato di Storia, quanto realmente dice questa data? Quanto significa? Ecco cosa accadde il 9 Novembre 1989: nella Berlino e nella ex Germania dell’Est scossa da mesi di manifestazioni e tentativi di rovesciare l’ordine, una sera come tante altre degli ultimi mesi, all’edizione del telegiornale viene letto il comunicato stampa con il quale si annuncia il permesso per tutti i cittadini della DDR di viaggiare liberamente oltre confine. Attoniti tutti, incredulità generale: era nell’aria la possibilità di una misura che allentasse i controlli alle frontiere ancora una volta, si intravedeva la possibilità di un ammorbidimento della linea di chiusura…ma la “libertà di movimento”? Era quasi disorientante lì, tutta a un tratto, inattesa…e allora che senso aveva ancora il “Muro di protezione antifascista”? E così alle 19,00, orario per il quale era stata annunciata l’applicazione delle nuove misure sugli spostamenti, i berlinesi e altri da città circostanti si muovono lungo quel confine di calce e filo spinato, stanno diritti faccia a faccia con gli uomini e i ragazzi della Polizia di Stato, imbevuti di ideologia, fino a ieri pronti a fare fuoco. Si guardano quasi imbarazzati e esitanti da ambo le parti…poi, uno, due, tre dieci, venti, cinquanta…incomincia il fiume umano al di là del muro…lacrime, grida, brividi, abbracci, foto, baci agli stessi ufficiali…Braccia nelle braccia degli altri, riconciliazione e fratellanza esplodono nel popolo sull’orlo della guerra civile, nel popolo delle spie e degli spiati, dei collaboratori allineati e dei dissidenti denunciati, dei fratelli collaboratori informali e delle sorelle dei gruppi per la pace e la riunificazione. Quaranta anni di tensione si allentano in un fiume di commozione. Timidamente prima, con impeto e euforia dopo, pezzo dopo pezzo la rabbia di padri e di figli si accanisce contro quel mostro di cemento, lungo chilometri, vecchio di 26 anni, che ha scavato una frattura nel cuore dell’Europa, incancrenendola. Pian piano viene giù il muro. Questo bellissimo quadro, commovente, è tuttavia il culmine di una serie di eventi e della costituzione di un movimento molto più resistente, determinato, disperato e tuttavia pacifico che giorno dopo giorno, settimana dopo settimana ha fatto vacillare il regime dall’interno. E in questo i nomi delle città sono anche altre: non solo Berlino ma Lipsia, Dresda, Jena. Un popolo stanco, privato della sua libertà, ridotto all’insicurezza, mutilato nel suo orgoglio, nei monumenti della sua città, nelle chiese, nella musica e nell’arte, nei legami familiari e nella fede in qualcosa o in un sistema. Già dal 1988 in maniera metodica, ma in maniera ancora più forte e coraggiosa, dal 4 settembre 1989, i cittadini di Lipsia si ritrovano ogni lunedì al raccoglimento in preghiera per la pace presso la Nikolai Kirche. Il parroco, padre Fuehrer, si sente particolarmente vicino nonché partecipe della situazione dei suoi concittadini…con parole misurate, celate, piene di dolore, li invita a impegnarsi attivamente per una soluzione diversa, per un altro socialismo all’interno del loro Paese. E da lì, lunedì per lunedì, dopo le preghiere, la gente prima in poche centinaia, poi in decine di migliaia, comincia a raccogliersi all’uscita della Chiesa, a portare striscioni a gridare delle frasi che rimangono scolpite nella mente: “Vogliamo uscire da qui”, prima…più tardi, non tutti ma molti mutano questa frase in “Noi restiamo qui”…e tuttavia a Lipsia, diversamente che a Berlino, non c’è una spaccatura tra chi vuole andare via e chi cerca il dialogo per le riforme: questi ultimi sanno che i primi resterebbero, se solo potessero. Aggiungono : “Nessuna violenza”, “Via la STASI”, e poi quel grido, quello che ha scosso il sistema socialista-sovietico e quella della Repubblica Democratica Tedesca più di ogni altro: “Wir sind das Volk”, “Noi siamo il popolo”. “Noi siamo il popolo”, lo hanno gridato in 100.000 persone la sera del 9 ottobre 1989 a Lipsia, con in mano null’altro che una sola candela, con il peso di un comunicato del mattino che ordinava alla polizia di sparare, senza esitazione alcuna. La mattina del 9 ottobre erano state fatte arrivare da tutta la DDR diverse scorte di sangue per trasfusioni di urgenza e fatti allestire ospedali-campo in giro per la città…il fantasma della guerra civile, della guerra tra fratelli era più palpabile che mai. Tanto palpabile era la prospettiva del bagno di sangue, che qualcosa ha cominciato a scricchiolare: di gran carriera, un cabarettista, Bernd-Lutz-Lange, un direttore d’orchestra, Kurt Masur, un teologo dell’università di Lipsia, Peter Zimmermann e straordinariamente tre segretari della Direzione centrale del partito socialista si riuniscono e vedono come unica speranza per evitare il peggio la stesura di un documento che nella sostanza invita alla “Ragionevolezza, affinché sia possibile il dialogo pacifico all’interno del nostro Paese” e raccomanda di non ricorrere per nessun motivo alla violenza. Il comunicato viene letto durante la messa e le preghiere per la pace, viene fatto risuonare per le strade, se ne dividono delle copie… E qui accade “il miracolo di Lipsia”: sono in 100.000 quel nove ottobre, una massa di gente che spaventa, commuove, lascia inermi…e inermi rimangono gli agenti armati fino ai denti della polizia di Stato. In parte, per paura dinanzi alla quantità inattesa e inimmaginata di individui, in parte perché mossi a solidarietà e consapevoli di quali estreme punte avesse toccato la situazione, in parte, infine, perché convinti di volere evitare il protrarsi di quel laceramento interno, hanno acconsentito a una sorta di silente colpo di Stato, dato dal solo non intervenire e non tentare di disperdere i manifestanti. E così in 100.000, lentamente, con le candele e al grido “Noi siamo il popolo” completano l’intero giro del perimetro cittadino, intoccati, lasciati liberi di dire…inevitabile lo scoppio del pianto, di rabbia, di paura e di sollievo a fine manifestazione…Come era potuto non accadere nulla? A Lipsia, il 9 ottobre 1989 è avvenuta una rivoluzione pacifica. Non abbiamo bisogno di scavare a fondo, né di trovare qualche riga all’interno di uno degli articoli. Siamò lì, fermi e commossi sul preambolo della Dichiarazione dei Diritti Umani, a leggere le parole che sanciscono quello che al tempo era già valido (la Dichiarazione è del 1948, gli episodi di cui parliamo risalgono a 20 anni fa) e a chiederci se oggi corrisponda alla realtà: Preambolo Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo; Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti dell’uomo hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo; Considerato che è indispensabile che i diritti dell’uomo siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione; Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni; Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’eguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà; Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l’osservanza universale dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali; Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni, Segue il testo e l’elenco degli articoli. Ma già ora la domanda è: Ci siamo liberati del tutto della tirannia e dell’oppressione, degli atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità ? In Europa prima che nel resto del mondo? Perché ancora oggi esistono situazioni ai confini del nostro Vecchio Continente, quindi non lontano da noi, che inducono i popoli alla disperazione, quindi alla ribellione e a gesti estremi? Questa fiaba vera che vi ho raccontato, di 20 anni fa, bellissima e commovente, è stata preceduta da episodi atroci: arresti, sottrazione di minori, denuce, torture, condanne a morte. Eppure la Dichiarazione era lì già da 40 anni. Quanto occorre promuoverne ancora la conoscenza? Quanta strada c’è ancora da fare sulla via della sensibilizzazione al rispetto dei Diritti Umani? Quanto ci possono aiutare coloro che tutto questo hanno vissuto sulla loro pelle, il quadro di dolore e oppressione descritto, non è storia, non è neanche cronaca…odora ancora di attualità.

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